Chiara tra i Maasai

Al mondo esistono circa un centinaio di tribù ancora allo stato primitivo. Molte di più sono, invece, quelle in perfetto contatto con il mondo moderno, ma ancora molto legate alle proprie tradizioni, con gli usi e i costumi che si tramandano da secoli.
Nella seconda categoria rientrano i Maasai, una tribù antica (si stima intorno ai 3 milioni di individui) che popola le terre dell’Africa dell’est dividendosi tra Tanzania, Kenya, Uganda e Sud Sudan.

I Maasai nascono come popolo nomade, per millenni si sono spostati con pascoli di capre, pecore e mucche. Oggi, seppur sedentari, preservano un’innata conoscenza del territorio e sono in grado di camminare per ore, sotto il sole, senza bere un goccio d’acqua.

Di primo impatto, si potrebbe pensare che il loro stile di vita, così legato alla natura e facente un uso moderato di risorse, sia altamente sostenibile e che le loro terre siano lontane dalle problematiche ambientali riguardanti il mondo occidentale; purtroppo non è così. La vita di questa tribù è afflitta da due grosse minacce: l’overgrazing (pascolo eccessivo) e il cambiamento climatico.

Il primo nasce dalla natura intrinseca di questa tribù, per la quale il bestiame costituisce un vero e proprio conto in banca. Gli uomini Maasai contano la propria ricchezza nel numero di pecore, capre e, nei casi più agiati, mucche che posseggono.

La volontà di accrescere il proprio patrimonio porta facilmente ad avere greggi smisurati, che superano di gran lunga la dimensione necessaria per il sostentamento familiare. Di conseguenza, in una terra arida di suo per natura, il suolo viene sempre più ‘mangiato via’ dagli animali presenti sul territorio, diventando sempre più spoglio e polveroso.

Inoltre, la situazione è ulteriormente aggravata dai cambiamenti del clima che, con l’aumento delle temperature e la riduzione delle piogge, inaridiscono ulteriormente i terreni.

I Maasai, però, non solo sono afflitti da questo problema, ma ne sono (in microscopica parte) anche responsabili a livello locale. Per capire questo fenomeno è importante contestualizzare e analizzare le dinamiche sociali di questo popolo.

Le donne di questa tribù hanno fin dalla nascita un destino che non appartiene loro. Non sono libere. Da bambine appartengono al padre, da sposate al marito e, se rimangono vedove, entrano a far parte della famiglia di un parente, diventando proprietà del capo famiglia. Le bambine Maasai, quelle che hanno la fortuna di essere mandate a scuola, frequentano le lezioni fino ai 12/13 anni, l'età da matrimonio. Una volta sposate, è loro compito portare avanti la famiglia. Questo significa gestire il bestiame, i figli e l’economia domestica. Le donne sono incaricate di sfamare tutta la famiglia a proprie spese; il marito non contribuisce, tiene per sé tutto ciò che riesce a guadagnare e, anzi, si intasca tutto ciò che alle donne avanza. Soldi che solitamente vengono reinvestiti in bestiame o finiscono in alcol.
Quindi la domanda sorge spontanea: qual è la fonte di reddito delle donne? Ahimé, principalmente il carbone.

Alcune di esse riescono a vendere latte o artigianato di perline, ma sono mercati che si saturano velocemente. Il carbone, invece, è essenziale per poter cucinare e si vende facilmente tutti giorni e a bassissimo prezzo.


Per procurarsi questo bene, le donne Maasai tagliano alberi e arbusti, li trasportano per chilometri sulla testa, li bruciano e, una volta ottenuto il carbone, lo vendono. Questa pratica di disboscamento, ovviamente, non aiuta il territorio, aggravando l’inaridimento già in atto.

Perciò, anche se distante migliaia di chilometri da noi e dalla nostra cultura, la tribù Maasai risente della (o forse “contribuisce” alla) più grande problematica del nostro Millennio. Diventa quindi importante anche per loro capire come adattarsi e come si possano evitare quelle azioni quotidiane che possono portare ad un impatto irreversibile sull'ambiente che li circonda.
Il compito però non è facile: l’accumulo di bestiame e la produzione di carbone sono pratiche che i Maasai hanno portato avanti per decenni. Tuttavia, la rapida crescita di popolazione fa sì che queste attività, al giorno d’oggi, non siano più sostenibili per il pianeta.

Molteplici ONG (Organizzazioni Non Governative) presenti nella zona si stanno facendo carico dell’impegno di spiegare queste tematiche, sensibilizzando le popolazioni locali. Alcune hanno un’attenzione particolare verso le donne e il loro ruolo nella dimensione domestica. Si occupano infatti, per esempio, di formarle per impieghi alternativi alla produzione e vendita del carbone.
Altre organizzazioni si occupano, invece, di spiegare l’effetto serra ai bambini nelle scuole. Il processo non può che essere molto lento, soprattutto perché si tratta di una società radicata nelle sue tradizioni e per cui il “pole pole” (piano piano) è uno stile di vita.

Sebbene io abbia iniziato questo articolo mesi fa, non appena tornata dalla Tanzania, ancora oggi mi viene difficile pensare ad una conclusione adeguata.
Le righe sopra sono il racconto di ciò che ho visto di persona o mi è stato raccontato da esperti che lavorano attivamente ai progetti sopracitati. Non esistono studi (che io sappia) e non ho dati a riguardo, pertanto mi sembrerebbe estremamente sbagliato trarre delle conclusioni da ciò che ho vissuto. Quello che posso fare, però, è condividere il mio pensiero.

Ad una prima razionale lettura dei fatti, la situazione potrebbe apparire preoccupante. Questo popolo ha vissuto secondo le stesse tradizioni per anni e anni ed è difficile immaginare che possano cambiare le proprie abitudini da un giorno all’altro, solo perché qualcuno si presenta alla loro porta con una verità in mano.
Ciononostante, la sensazione che ho avuto è, in realtà, positiva e ottimistica.

Mentre ero lì, mi sono accorta di come la natura sia parte integrante delle giornate di questa tribù e di come sia interesse comune preservarla.
I Maasai si rendono conto che paesaggio e clima stanno cambiando sotto i loro occhi e, grazie ai concetti spiegati loro, si rendono conto di esserne in parte responsabili. Coloro con cui ho potuto parlare (quelli che parlano inglese e che sono anche più vicini ai progetti delle ONG), mi hanno dato la percezione che questi temi siano per loro un dilemma, dato che vorrebbero conservare le proprie tradizioni da una parte e tutelare l’ambiente che li circonda dall’altra.
Qualcuno di più cinico di me, dice che hanno imparato a rispondere ai responsabili dei progetti con quello che questi vorrebbero sentirsi dire. Il mio ottimismo, invece, nasce non tanto dalle risposte che mi sono state date, ma piuttosto dalle domande che mi sono state poste. Interesse, attenzione, curiosità e consapevolezza erano ingredienti sempre presenti nelle conversazioni che ho avuto; per questo credo che il popolo Maasai saprà riadattare le proprie usanze per essere più sostenibile per la propria terra.

Solo il tempo potrà dare conferme alle mie percezioni e speranze.

Di contro, non posso fare a meno di chiedermi se la civiltà occidentale, per cui l’ignoranza del proprio impatto ambientale non può più rappresentare una scusa valida, arriverà mai ad avere lo stesso grado di interesse per la conservazione dell’ambiente che dimostra questa antica tribù africana.

Chiara Vigone

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