Per fare il tavolo ci vuole il legno… – L’importanza della biodiversità

Di Alessandro Berlusconi


Ormai tutti, su questa pagina, saranno d’accordo che la riduzione delle emissioni di CO2 è la componente essenziale dello sviluppo sostenibile, per porre un freno ai cambiamenti climatici in corso. Tuttavia, l’altra componente fondamentale, che va di pari passo con la prima o addirittura la precede per importanza, è la salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi. Non a caso, in seguito al Summit della Terra tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, oltre alla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) da cui sono poi scaturite le Conferenze delle Parti, e alla Convenzione sulla lotta alla desertificazione (UNCCD), per completare il pacchetto è stata costituita la Convenzione sulla diversità biologica o biodiversità (UNCBD).


Prima di tutto, però: che cos’è la biodiversità? E cosa sono gli ecosistemi? Per biodiversità si intende l’insieme di tutti i diversi organismi viventi (animali, vegetali, funghi, batteri), in termini sia di diversità di specie e forme di vita, sia di distribuzione relativa dei vari individui nelle diverse specie all'interno di un ecosistema. L’ecosistema invece è l’insieme delle forme di vita (quindi della biodiversità) e dei fattori ambientali (aria, acqua, suolo, clima, luce, …), ma soprattutto è il termine che indica le relazioni tra di essi: sia entro la diversa materia vivente (catene trofiche, rapporti di simbiosi, preda-predatore, coevoluzione), sia tra i viventi e il mondo non vivente (ciclo della materia e dell’energia, cicli biogeochimici, …).

Fino ad oggi abbiamo potuto convivere con i cambiamenti climatici. In un modo o nell’altro, l’uomo può resistere a grandi cambiamenti del clima, nonostante le sfide che questo comporta. Tuttavia, senza gli ecosistemi non potremo adattarci per sempre. La lotta ai cambiamenti climatici non sarebbe così tanto importante se in gioco non ci fosse proprio la salvaguardia della biodiversità, cioè di quella ricchezza naturale sulla quale l’umanità ha fondato il suo sviluppo. Questo perché, volenti o nolenti, noi facciamo parte di tutti gli ecosistemi della Terra. Siamo abituati, infatti, a dividere ciò che è artificiale/antropico da ciò che è naturale, in un dualismo uomo-natura. Così facendo, ci poniamo lontani dalla natura, che diventa “roba per animalisti”, e non ci curiamo di ciò che accade intorno a noi. Un gravissimo errore.

Pensiamo. Cosa abbiamo mangiato oggi? Pasta al sugo e poi prosciutto e formaggio? La pasta deriva dal frumento coltivato nei campi, in campagna, così come i pomodori, in un ambiente dove ci sono sia parassiti utili, sia animali che naturalmente proteggono queste piante. Esse, a loro volta, sono cresciute dal suolo, la cui formazione e le cui sostanze nutritive sono il frutto di millenni di lavoro di batteri, vermi, acari, funghi decompositori e piante azotofissatrici. Lo stesso discorso vale per prosciutto e formaggio, derivanti da animali il cui cibo viene proprio dalla campagna. Se poi abbiamo mangiato un buon filetto di pesce, magari questo era selvatico, viveva e mangiava altri pesci o molluschi, i quali sopravvivono soltanto in determinate condizioni ambientali, con plancton e alghe.

Come siamo vestiti? A parte fibre sintetiche, credo che ognuno di noi possegga qualcosa di cotone o lana. Per il cotone vale lo stesso discorso di cui sopra, e aggiungiamo anche che deve essere irrigato con acqua “non inquinata” che si ottiene, senza saperlo, grazie all’azione di alghe, batteri e altri decompositori. La lana deriva dalle pecore, che pascolano nei prati, cioè insiemi di piante erbacee, che sopravvivono grazie all’impollinazione da parte di insetti, i quali si mantengono in equilibrio con meccanismi preda-predatore che coinvolgono altri artropodi, o vertebrati, come uccelli, mammiferi e anfibi. Lo stesso varrà per gli indumenti di lino, seta o pelle.

Dove viviamo? A meno che non viviamo in case particolarmente moderne, pensate alle travi o al sottotetto, oppure a tutta la mobilia, costituita dal legno di alberi, che spesso vengono da foreste, la cui sopravvivenza è determinata da una miriade di rapporti tra prede, predatori, parassiti, che comprendono animali, piante e funghi. Questi saranno i responsabili, insieme ai batteri, di tutte quelle funzioni di formazione, mantenimento e arricchimento dei suoli, indispensabili per la vita della foresta stessa.

Inoltre, si stima che una foresta matura e naturale assorba nove su dieci gocce di pioggia, mentre un suolo nudo o con costruzioni solo tre. Le altre sette sono libere di muoversi, incanalarsi, creare alluvioni e frane… una situazione molto ben conosciuta da noi italiani, a causa del nostro abusivismo edilizio e all’ipercementificazione.

Veniamo quindi agli insetti, che sono alla base di molte fenomeni naturali, come l’impollinazione. Gli impollinatori (che, no, non sono solamente le api, ma anche altre decine di migliaia di specie) muovono 577 miliardi di dollari, permettendo l’esistenza dell’84% delle coltivazioni.

Siete mai stati ammalati? Avete mai preso un antibiotico o un’aspirina? Ecco, sono prodotti sintetizzati chimicamente dall’uomo, ma derivano da sostanze naturali. L’aspirina proviene dal salice, che cresce lungo i fiumi, che spesso vengono incanalati, arginati e quindi disboscati. La penicillina deriva da un comunissimo fungo che vive nei suoli di tutti i boschi d’Europa, mentre molti altri sono prodotti naturalmente proprio da altri batteri.

Dobbiamo tenere a mente che sono gli stessi ecosistemi, soprattutto le alghe marine, ma anche le foreste, uno dei migliori alleati nella lotta contro i cambiamenti climatici, essendo in grado di catturare CO2 dall’atmosfera.

Gli ecosistemi, se ci pensiamo, servono anche ad altro, magari meno “indispensabile”, ma sempre utile all’uomo. Dove andiamo in vacanza? Al mare o in montagna. Entrambi ambienti costituiti da numerosi ecosistemi, che si mantengono sempre e solo grazie a questi equilibri di rapporti tra biodiversità e fattori ambientali. Vogliamo andare in vacanza in qualche città d’arte? Bene, senza i boschi di querce che un tempo popolavano la pianura veneta, Venezia non avrebbe mai avuto le sue palafitte impermeabili, né tantomeno i veneziani avrebbero avuto legname per le loro navi: no wood, no money, no art.


Questo è solo un semplice elenco di esempi di servizi ecosistemici: le funzioni e i materiali che vengono prodotti dagli ecosistemi naturali in modo “gratuito”, di cui l’uomo beneficia, soffrono spesso del mancato riconoscimento della loro importanza.

Dovremmo apprezzare come tutto sia in equilibrio, come tutto sia collegato, e come anche l’uomo si trovi al centro di queste connessioni e rapporti. Come alla fiera dell’est di Branduardi, ogni singolo animale, pianta, fungo, batterio, è come una mattonella di una spettacolare torre, in cui tutto è in equilibrio. Gli ecosistemi e la biodiversità, però, sono minacciati. Togliendo una o due mattonelle, la nostra torre rimane in piedi. Certo, meno bella, ma fa ancora il suo lavoro. Tuttavia, togliendo troppe mattonelle… la torre rischia di crollare. Stiamo quindi all’erta verso le principali minacce della biodiversità: distruzione e frammentazione degli ecosistemi, introduzione di specie esotiche invasive, cambiamenti climatici e più in generale ogni tipo di inquinamento.

La pena delle nostre distrazioni potrebbe essere simile a quella dell’isola di Hispaniola. Si tratta di un’isola dell’arcipelago caraibico che è spartita fra due Paesi: da una parte la Repubblica Dominicana e dall’altra Haiti. Entrambi i Paesi condividono le stesse tipologie ambientali e naturali. Tuttavia, la Repubblica Dominicana è un paese relativamente ricco, mentre Haiti no. La prima è ricoperta di foreste e molte aree sono protette da Parchi Naturali, la seconda invece è ormai una landa brulla e secca.

La ragione di questa differenza socio-economica e ambientale è da ricercare nelle diverse tipologie di sfruttamento e gestione delle risorse naturali che i due Paesi hanno adottato a partire dall’indipendenza dalla Spagna e dalla Francia (erano infatti entrambe delle colonie). Uno sfruttamento insostenibile delle risorse naturali da parte di Haiti, soprattutto delle foreste, ha causato un impoverimento del Paese per la produzione agricola e forestale; inoltre, gli effetti di alluvioni, frane e tempeste sono più forti senza la protezione che offrono i boschi ai versanti e ai corsi d’acqua.

E’ diventato purtroppo famoso il terremoto di Haiti, non il terremoto di Santo Domingo: la Repubblica Dominicana è stata colpita nello stesso momento dallo stesso terremoto, ma non ha subìto gli stessi danni.

Dunque, non possiamo stare con le mani in mano: in un contesto di grandi cambiamenti ambientali e paesaggistici come quelli attuali è necessario intervenire per la protezione e gestione degli ecosistemi. Dovremmo iniziare, perché no, dal riqualificare e ripristinare le aree danneggiate. Fortunatamente, l’Europa ci aiuta: la Direttiva Habitat del 1992 è uno strumento importantissimo, in quanto identifica una serie di ambienti, animali e piante particolari da proteggere; pone anche delle indicazioni per corretti monitoraggio, protezione e gestione della situazione; grazie a questa direttiva possiamo, infine, chiedere finanziamenti per queste operazioni.

In ultima analisi, non bisogna proteggere la biodiversità perché la natura è bella, gli animali sono belli, ma perché proteggerla equivale a proteggere noi stessi. Per non morire di fame, insomma.

Pierluca Burcheri

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