Il Decreto Clima: lo specchio di un’Italia a due facce sull’ambiente

Era il 10 ottobre e l’Italia si trovava ai blocchi di partenza di una gara – la corsa per arginare la crisi climatica e ambientale – che il neo-insediato governo giallorosso ha dichiarato a più riprese di voler vincere, anzi stra-vincere, anticipando nei fatti e nei traguardi raggiunti anche i vicini europei.

Il Consiglio dei Ministri approvava un decreto legge – strumento legislativo per sua natura straordinario e urgente, il primo in materia ambientale nella storia repubblicana – celebrato come innovativo e pionieristico: il Decreto Clima. Pilastro, secondo il Ministro dell’Ambiente Costa, del Green New Deal italiano, un edificio  “le cui fondamenta sono la legge di bilancio e il Collegato ambientale, insieme alla legge Salvamare […] e il ‘Cantiere ambiente'”.


Il decreto prevedeva 450 milioni di investimenti in 3 anni, includendo in particolare un “buono mobilità” (250 milioni di Euro) per incentivare la rottamazione di veicoli inquinanti nelle città che superano i limiti di inquinamento europei – per le quali è stata aperta una Procedura di Infrazione contro l’Italia – un fondo per migliorare le corsie preferenziali per mezzi pubblici, 20 milioni di Euro per il trasporto scolastico sostenibile, altri trenta per riforestazione urbana, l’introduzione dell’educazione ambientale nelle scuole italiane e il finanziamento di “aree green” nei piccoli esercizi commerciali, in cui sia possibile acquistare prodotti alimentari e igienici “sfusi”, riducendo la produzione di rifiuti plastici. Il tutto finanziato con i proventi del Mercato delle emissioni, che recupera fondi dalle centrali elettriche climalteranti secondo il principio “chi inquina paga”.

Insomma, dopo pochi istanti dall’inizio della gara, l’Italia pareva che fosse stata artefice di una partenza perfetta. Peccato avesse già perso una scarpa.

Infatti il tanto atteso emendamento sul taglio ai sussidi ambientalmente dannosi ai combustibili fossili, che secondo Legambiente – tra diretti e indiretti – al 2018 ammontano a 18,8 miliardi di Euro annui, è stato ritirato e il provvedimento rinviato all’approvazione del «Collegato ambientale» alla Legge di Bilancio: si prevedeva una riduzione iniziale di 1,8 miliardi con successive riduzioni lineari fino al 2040, compensate da investimenti in alternative sostenibili. Un tavolo delicato, da affrontare quanto prima in un contesto politico fragile e incerto come quello italiano, fatto saltare prematuramente.

Un elemento di incertezza che si somma alla situazione di stallo legata alle difficoltà di insediamento della nuova Commissione Europea di Ursula Van Der Leyen, che ancora non si è espressa sulla possibilità che gli investimenti green siano esenti dai limiti di deficit imposti dagli accordi europei – immobilizzando di fatto quelli di grossa portata.

Dopo questo primo infortunio, il Governo ha proseguito claudicante la corsa, con l’inserimento in legge di Bilancio prima – e la drastica riduzione con rinvio poi – di una tassa sugli imballaggi in plastica, e la polemica legata alla tassazione delle flotte automobilistiche aziendali, poi rimossa. Tutti ostacoli che rischiano di distrarre l’esecutivo dai due principali obiettivi del momento in materia ambientale: importanti investimenti non contemplati dalla Legge di Bilancio e una revisione della bozza di Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) inviata all’Europa.

È proprio quest’ultimo documento – un dettaglio sulla strategia di medio termine dei Paesi Membri per il raggiungimento dei target Europei al 2030, inviato a fine 2018 e in consultazione pubblica fino a fine 2019 – ad aver ricevuto una sonora bocciatura dall’European Climate Foundation, che ha classificato il piano italiano  al di sotto della media europea (18esimo posto su 28) giudicandolo inadeguato soprattutto dal punto di vista degli obiettivi che si pone: due su tutti, la quota di rinnovabili nei consumi energetici finali, pari appena al 30% nel 2030 (laddove il minimo requisito sarebbe un comunque poco ambizioso 32%) e taglio delle emissioni rispetto al 1990: solo il 37% al 2030, contro un target del 40% (che la Van der Leyen vorrebbe alzare a 50%) . La cosa più grave è che, ad oggi, non sembra esserci alcuna intenzione, da parte dell’esecutivo, di rivedere tali cifre.

E se da un lato il Decreto FER I ha dato il via a una serie di aste che porteranno 10 miliardi di investimento e 8GW di rinnovabili in più, e in Bilancio appaiono nuovi incentivi all’efficientamento energetico, dall’altro la conclusione dell’Asta Madre del Mercato della Capacità ha visto l’aggiudicazione di nuovi 1,7 GW di centrali a gas, combustibile che – nei fatti – viene presentato come alternativa “pulita” in vista del phase out di tutte le centrali a carbone al 2025.


L’Italia sa che di una corsa si tratta, ma continua a guardarsi indietro da quando ha lasciato i blocchi di partenza. Sa che qualcosa è mancato in fase di riscaldamento – una pianificazione coerente con gli obiettivi di Parigi – eppure lo nega e si considera, a detta di chi la guida, prima fra i virtuosi. È una corsa atipica questa, perché si può vincere solo se tutti arrivano al traguardo, con tempi ravvicinati.

Per farlo serve fare sacrifici oggi, serve essere ambiziosi, ma più di tutto serve coerenza con gli obiettivi di lungo termine, in primis le Emissioni Zero al 2050.

E dopo una partenza spavalda, priva di una scarpa e a muscoli freddi, ora rischia di inciampare.

Simone Prato

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