Il settore finanziario e la battaglia decisiva per il clima

La COP25 di Madrid si è conclusa con un nulla di fatto, o quasi. Le emissioni climalteranti aumenteranno di nuovo nel 2019, anche se meno rispetto agli anni precedenti. Dal 2015, anno degli accordi di Parigi, le emissioni annue di CO2 sono aumentate del 4% invece che diminuire. Gli scienziati ci hanno detto che entro 10 anni dobbiamo dimezzare le emissioni di CO2 e invece il mondo si sta muovendo in direzione opposta.



I governi tentennano di fronte all'emergenza climatica: l'Europa cerca di tessere la tela dell'azione climatica mentre i leader della destra reazionaria mondiale come Trump e Bolsonaro la disfano con arroganza e la Cina continua a costruire più centrali a carbone ogni anno di quante ne vengano dismesse nel resto del mondo. L'Italia e il suo decreto Clima sono un buon esempio di una politica che prova a fare qualcosa ma ritarda o elimina tutte le azioni davvero incisive.  La consapevolezza e la rabbia dei cittadini cresce, soprattutto tra le nuove generazioni. Eppure le azioni individuali hanno un impatto limitato e anche le grandi proteste mondiali sembrano non mutare i rapporti di forza in questa impari corsa contro il tempo.



C'è una speranza di ribaltare rapidamente le sorti della partita? Forse si. Ne parla in modo affascinante Bill McKibben, fondatore della ong 350.org, in un recente articolo uscito sul New Yorker e tradotto con il titolo “I Padroni del Clima” su Internazionale.



La tesi di McKibben è questa: se la politica si dimostra incapace o troppo lenta ad arginare le aziende dei combustibili fossili, esistono altri attori altrettanto se non più potenti che potrebbero salvare il clima se solo lo volessero: le grandi aziende del mondo finanziario e assicurativo che prestano centinaia di miliardi all'industria del carbone, del petrolio e del gas.



I “padroni del clima” insomma sono di fatto le grandi banche che finanziano le aziende fossili. I loro soldi sono la linfa vitale che le tiene in piedi e ne consente l'espansione. E dal 2015, anno degli accordi di Parigi, hanno continuato a inondare il settore di finanziamenti come dimostra il rapporto annuale di Rainforest Action Network “Banking on Climate Change”. La sola JP Morgan Chase nel triennio 2016-2018 ha erogato ben 195 miliardi di dollari di finanziamenti, anche a progetti estremi come l'estrazione di petrolio da sabbie bituminose o dai giacimenti artici. 



Tale cifra è superiore al valore di capitalizzazione di un gigante come BP e come termine di paragone gli investimenti mondiali in energie rinnovabili nel 2018 sono stati di 288 miliardi di dollari. L'elenco delle prime dieci banche incriminate è un club quasi tutto nordamericano, con l'eccezione dell'inglese Barclays e di due banche Giapponesi. Al 29° posto troviamo anche Unicredit. 



Tutti questi investimenti confliggono con un elementare dato di fatto: le riserve di carbone, petrolio e gas naturale già messe a bilancio dalle aziende fossili superano già di 5 volte quelle che possiamo bruciare secondo gli scienziati. Eppure si continua a costruire nuovi oleodotti, perforare l'artico ed abbattere foreste e montagne per estrarre carbone. I “padroni del clima” potrebbero fermare questo controsenso, semplicemente chiudendo i rubinetti del credito. Se una grande banca come la JPM Chase annunciasse lo stop ai finanziamenti al settore fossile nel giro di pochi giorni le altre grandi banche seguirebbero. Nel giro di pochi giorni, non anni o decenni, si potrebbe innescare una crisi irreversibile dell'industria dei combustibili fossili. Sarebbe una frenata pericolosa se attuata bruscamente: potrebbe innescare una bolla finanziaria stimata in ventimila miliardi di dollari, molto più grande di quella dei mutui subprime del 2008. Molti esperti del settore parlano infatti da anni del problema degli “stranded assets” (ovvero investimenti in asset il cui valore non è sfruttabile) e della bolla del carbonio.



Ma se la frenata fosse fatta in modo controllato, ad esempio se a catena le più grandi banche coinvolte annunciassero un piano graduale di riduzione dei finanziamenti ai combustibili fossili cominciando dai progetti espansivi? L'impatto dannoso sull'economia sarebbe limitato ma avrebbe la conseguenza di creare quello che McKibben definisce un “vento contro” per l'industria delle fossili, farebbe capire che la giostra è finita, gli investimenti verrebbero rapidamente dirottati sulle rinnovabili e sulle nuove tecnologie che progredirebbero ancora più velocemente. Anche le aziende fossili più recalcitranti vedrebbero la riconversione come una scelta obbligata da attuare il più velocemente possibile per non venire spazzate via (vedasi il dibattito attuale sull'esigenza di riconversione di ENI). I paesi OPEC seguirebbero lo stesso destino, ma i 4/5 dei paesi che importano combustibili fossili ne gioverebbero. I decisori politici seguirebbero l'onda montante abbandonando ad uno ad uno gli interessi delle lobby fossili. Rimarrebbe poi “solo” l'immane compito di riconvertire l'intero sistema produttivo mondiale alle energie rinnovabili in 30 anni. Ma lo si farebbe con la forza dell'intero potere politico e finanziario a favore.



È possibile innescare un cambiamento del genere? In realtà è difficilissimo. L'inerzia da vincere è enorme. Ma alcuni segnali ci sono già: quest'anno la BEI (Banca Europea degli Investimenti) ha annunciato un ambizioso piano di stop a tutti i finanziamenti ai combustibili fossili dal 2021 e di allineamento agli obiettivi di Parigi. Alcune banche e assicurazioni hanno già imposto limiti ai finanziamenti al carbone. In fondo anche per una banca come la JPM Chase gli investimenti in fossili sono solo il 7% del totale, potrebbe farne gradualmente a meno mentre un oleodotto senza finanziamenti e coperture assicurative non si costruisce, idem per una centrale a carbone.



Servirebbe una campagna mondiale rivolta verso gli istituti di credito: i correntisti dovrebbero in massa cambiare banca se il loro istituto non cambia la propria politica di prestiti e investimenti nell'industria fossile. Difficile ma non impossibile.



Come dice McKibben, “per la maggior parte di noi è praticamente impossibile smettere subito di usare i combustibili fossili. Ma cambiare banca è semplice ed efficace: è improbabile che i piccoli istituti investano nei combustibili fossili. [..] Questa potrebbe diventare una delle ultime grandi campagne del movimento per il clima, un modo per concentrare le forze degli individui, delle città e delle istituzioni che hanno un conto in banca, un fondo pensione o una polizza assicurativa su quei pochi istituti che potrebbero veramente cambiare la partita.”



Forse davvero l'ultima arma efficace a nostra disposizione è sfruttare l'avidità dei “padroni del clima” per convincerli a mollare la nave dei combustibili fossili e farla affondare definitivamente.

Francesco Sala

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