I perché del fallimento della COP 25 di Madrid

La COP25 tenutasi a Dicembre 2019 a Madrid si è conclusa con un fallimento e un nulla di fatto che rimanda le decisioni importanti (per l’ennesima volta) alla COP successiva. Non sono servite dunque le marce per il clima del movimento Fridays for Future e l’allarme lanciato dagli scienziati, i quali lamentano un forte divario tra gli impegni presi con l’accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale a 1,5-2 C° rispetto ai livelli preindustriali e il trend verificatosi dal 2015, anno della COP21 di Parigi, con un aumento del 4% delle emissioni e una serie di impegni nella riduzione delle emissioni (i cosiddetti “NDCs” – Nationally Determined Contributions) assolutamente insufficienti a raggiungere l’obiettivo prefissato.



Ci si è avviati dunque alla COP25, spostata in extremis da Santiago del Cile a Madrid a causa delle rivolte popolari in Cile, con grande preoccupazione da un lato e grandi aspettative dall’altro, vista la mobilitazione crescente dell’opinione pubblica sul problema climatico e le importanti decisioni da prendere per attuare davvero una efficace politica climatica. 

La COP madrilena è apparsa subito dominata da due schieramenti, i paesi più ambiziosi da un lato, formati dalla coalizione di Unione Europea, i paesi insulari, e la maggior parte dei paesi di Africa e America Latina, e invece i grandi inquinatori dall’altro (Cina, Stati Uniti, India, Brasile e Australia in primis). 



I punti dirimenti, dove era fondamentale trovare un accordo, e su cui si misura il fallimento della COP25, sono fondamentalmente tre: il Mercato dei Crediti del Carbonio (in attuazione dell’articolo 6 dell’accordo di Parigi), l’aggiornamento in chiave più ambiziosa degli NDCs per il taglio dei gas serra al 2030, e il fondo di compensazione per i danni subiti dai Paesi vulnerabili (Loss and Damage Fund).



Il tema delicato dei “carbon markets”

Sull’attuazione dei cosiddetti “carbon markets”, uno dei temi più delicati e divisivi inseriti (l’ultimo giorno di negoziati) nell’Accordo di Parigi, la discussione si è arenata su diversi dettagli tecnici. Si tratta di meccanismi molto complessi, in sintesi l’idea è permettere ai paesi che sono in difficoltà nel rispettare i propri NDCs (nazione A) di acquistare crediti dai paesi più virtuosi che hanno invece fatto meglio dei propri NDCs (nazione B). Tuttavia, ci sono diverse criticità sulla cui soluzione è mancato l’accordo: un serio rischio è quello di incorrere in un double counting delle riduzioni di emissioni se sia la nazione A sia B conteggiano la stessa misura di abbattimento dei gas serra (ad esempio la costruzione di parchi eolici nella nazione B) nel proprio bilancio di emissioni. In caso di double counting si potrebbe avere un meccanismo perverso che incentiva un aumento globale delle emissioni invece di ridurle. Un altro punto molto delicato su cui è mancato l’accordo è legato alla tutela dei diritti umani, dato che analoghi meccanismi in passato, come il Clean Development Mechanism (Cdm), hanno prodotto progetti di compensazione delle emissioni a danno dei diritti umani delle comunità locali. Così l’attuazione del delicato articolo 6 è slittata alla COP26.



Mancanza di coraggio sugli NDCs

Stesso fallimento è toccato agli NDCs, i piani per il clima che ciascun paese è tenuto a sottoporre e che dovevano essere aggiornati al 2030 in chiave più ambiziosa dato che i report scientifici mostrano che gli NDCs attuali sono ben lungi dal rispettare gli obiettivi di Parigi. Qui la partita è subito iniziata male con Cina, India, Brasile e Sudfrica che già a tre giorni dalla conclusione dei negoziati hanno fatto sapere di aver già proposto il massimo possibile in termini di ambizione.

Solo 80 nazioni hanno dichiarato di essere disposte a fare di più, ma nel gruppo non ci sono i big, Cina e Stati Uniti (e nemmeno l’Italia). Gli USA dovrebbero in realtà uscire ufficialmente dall’accordo a novembre 2020).

È questo uno dei più importanti messaggi della COP madrilena. Il dato politico che emerge è che l’Europa, per quanto si faccia portatrice di piani ambiziosi come il Green New Deal, da sola non basta. Il passo in avanti costituito dall’Accordo di Parigi fu in gran parte merito delle amministrazioni di allora di Stati Uniti e Cina. L’Ue rappresenta una speranza, ma la verità è che senza i big non si va da nessuna parte. 



In questo senso, il vero spartiacque potrebbero essere le elezioni presidenziali americane di novembre. In caso di riconferma di Trump gli USA usciranno definitivamente dall’Accordo di Parigi, in caso contrario una presidenza statunitense di nuovo pro-clima potrebbe sbloccare lo stallo attuale portandosi dietro anche la Cina, che sta a vedere da vicino le mosse del suo più importante competitor internazionale e non sembra disposta a sacrificarsi per il clima da sola.

La storia dirà se ci sarà nei prossimi mesi un’inversione di marcia o se le belle intenzioni dichiarate a Parigi rimarranno tali mentre le emissioni crescono guidando il mondo verso un riscaldamento globale incontrollato.



Fonte: Climate Action Tracker



Francesco Sala

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