Conciliare economia e ambiente: basterà il Green New Deal?



Viaggio alle origini: il New Deal Rooseveltiano 



Nel 1929 gli Stati Uniti d’America entravano in una profonda crisi economica innescata dal crollo di Wall Street iniziato nel cosiddetto “Giovedì Nero” del 24 ottobre 1929. A risollevare l’economia statunitense fu la politica varata a partire dal 1933 dal nuovo presidente Franklin Delano Roosevelt e ribattezzata “New Deal” ovvero “nuovo corso” o “nuovo patto”. Una politica che si opponeva al corso liberista pre-29 che aveva minimizzato la spesa pubblica e il ruolo dello stato nell’economia e puntava a rilanciare l’occupazione e la produzione economica con un forte intervento dello stato. La politica monetaria spinse la FED a stampare moneta per finanziare gli ambiziosi programmi di spesa, con il National Industrial Recovery Act venne rafforzato il ruolo dei sindacati e introdotti prezzi regolamentati in molti settori. Molte persone disoccupate vennero impiegate dallo stato rilanciando gli investimenti in infrastrutture, come ad esempio quelle per l’elettrificazione del paese. Al contempo la politica fiscale alzò la tassazione sui redditi più alti per ridurre le disuguaglianze sociali.

Oggi verrebbe chiamata politica “anti-austerity”, e a molti forse in questo momento storico ricorda le misure economiche di emergenza e i piani di spesa (faraonici se confrontati con l’austera politica del patto di stabilità) che gli stati Europei stanno mettendo in campo per contrastare gli impatti economici della pandemia coronavirus, tra cui la sospensione del patto di stabilità, l’uso delle risorse del Fondo Salva Stati e forse anche l’emissione di titoli di debito comune europeo.



Verso il Green New Deal in USA ed Europa



Ma già nel 2018, prima dello scoppio della pandemia che sta travolgendo le nostre vite in queste settimane, dall’altra sponda dell’atlantico è stata rievocata la necessità di un nuovo New Deal. Lo ha fatto la più giovane parlamentare del congresso americano, Alexandra Ocasio-Cortez, del Partito Democratico. Il piano della senatrice, sostenuta dall’ala sinistra del Partito Democratico, propone un nuovo forte intervento dello stato nell’economia che persegua al contempo un duplice obiettivo: rendere l’America carbon-free in 10 anni e ridurre le disuguaglianze sociali che la attanagliano. Il piano riecheggia alcune misure Rooseveltiane declinate in chiave green e propone di raggiungere il 100% di energie rinnovabili in 10 anni con forti investimenti in infrastrutture e “smart grid”, nell’efficienza energetica degli edifici e nella riconversione dei sistemi di trasporto verso l’elettrificazione, la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro qualificati e con salari adeguati.





Il piano è stato da molti giudicato utopistico e “socialista” e criticato per l’ingente costo, ma secondo i sondaggi gode di un ampio sostegno bipartisan da parte della popolazione, soprattutto tra i democratici e i millennials, ma in modo minore anche tra i repubblicani.

Il termine “Green New Deal” è diventato da allora molto popolare, approdando anche in Europa, dove la coscienza ambientalista è sempre più diffusa, ed è stato fatto proprio sia dai partiti verdi sia dal movimento “Fridays for Future”.

Infine, nel 2019, la nuova commissione UE guidata dalla neo-presidente Ursula Von Der Leyen ha promesso di farne la chiave di volta del suo mandato e di produrre un piano di azione entro i primi 100 giorni di presidenza.



Il Green New Deal Europeo: luci e ombre



L’11 Dicembre 2019 la Commissione ha presentato a Bruxelles il Green New Deal europeo. La Von Der Leyen lo ha definito “la nostra nuova strategia per la crescita”. Si tratta in sostanza di un elenco di aree d’azione e di intenti corredato da una tabella di marcia per elaborare concrete proposte legislative su ogni tema. Le aree di azione sono molte e mostrano un approccio abbastanza olistico al tema ambientale con un’attenzione maggiore del gemello americano alla sfera economico-finanziaria e al reperimento delle risorse per realizzarlo. 





Il primo continente a emissioni zero al 2050



In particolare, si propone di rendere l’Europa il primo continente climaticamente neutrale (zero emissioni nette) al 2050. A marzo è stata posta in consultazione la Climate Law, che sancisce legalmente questo obiettivo. Anche i target intermedi di riduzione delle emissioni al 2030 saranno aumentati dall’attuale 40% ad un 50-55% almeno. L’Europa ha già ridotto del 23% le emissioni dal 1990 al 2018 (con una crescita economica del 61%), ma con le attuali politiche al 2050 si arriverà ad una riduzione solo del 60% e non del 100% corrispondenti alla neutralità climatica. Per raggiungere questi obiettivi un ruolo fondamentale avranno i meccanismi di carbon pricing con un rafforzamento dell’attuale sistema di scambio delle emissioni (ETS - Emission Trading Scheme) ed una sua eventuale estensione ad altri settori (ad esempio quello del trasporto marittimo), oltre ad un allineamento generale della fiscalità agli obiettivi climatici. Si propone anche di valutare sistemi di adeguamento alle frontiere per penalizzare l’import di prodotti proveniente da paesi extra-UE che non attuano simili misure a favore del clima e che quindi eserciterebbero una concorrenza sleale all’economia UE, con il rischio di delocalizzare le emissioni invece che ridurle. Questa specie di “dazio climatico” si chiama in gergo tecnico “border carbon tax” ed è uno degli elementi più ambiziosi del Green New Deal perché potrebbe spingere anche le altre potenze economiche, Cine e USA ad esempio, ad applicare politiche simili a quelle Europee a difesa del clima per non essere soggetti a dazi nel mercato europeo, ma è anche un tallone d’Achille poiché sarà molto difficile da realizzare a causa delle regole sui commerci imposte dalla WTO (World Trade Organization). Una misura di questo tipo potrebbe davvero costituire un cambio di passo a livello globale e anche il segno che si è disposti a mettere da parte alcuni dogmi “liberisti” per l’emergenza climatica, come è stato fatto per il patto di stabilità di fronte al coronavirus.



Economia circolare, riconversione industriale, edifici e trasporti sostenibili



Un altro elemento essenziale è la riduzione nell’uso di nuove risorse e materie prime e la transizione ad un'economia circolare (solo il 12% dei materiali usati nell’UE proviene da riciclaggio oggi). Nel 2020 sarà varata una nuova strategia industriale per l’UE e un piano d’azione per l’economia circolare con proposte concrete e politiche per i “prodotti sostenibili”.

Gli edifici sono un grande colabrodo energetico, responsabili da soli del 40% dei consumi energetici totali, ma il tasso di ristrutturazione ed efficientamento energetico è troppo lento in Europa. Per questo nel 2020 sarà varato un piano per spingere l'UE e gli Stati membri ad avviare una "ondata di ristrutturazioni" di edifici pubblici e privati.

Sui trasporti la Commissione intende favorire il trasporto multimodale, l’uso di veicoli elettrici e biocombustibili e ridurre l’inquinamento nelle città rendendo più severi gli standard di emissione dei veicoli nell’UE.

Altri importanti campi d’azione saranno la promozione di una filiera alimentare “corta” e sostenibile con un minor uso di pesticidi, fertilizzanti e antibiotici e il lancio di una strategia sulla biodiversità per difendere il capitale naturale del continente e promuovere la riforestazione. Infine, sarà anche perseguito l’obiettivo “inquinanti zero” per ridurre l’inquinamento dell’aria e combattere l'inquinamento provocato dai grandi impianti industriali.



Da dove arriveranno gli investimenti?



Secondo le stime della Commissione per conseguire gli obiettivi 2030 in materia di clima ed energia serviranno investimenti supplementari dell'ordine di 260 miliardi di euro l'anno, equivalenti all’1.5% del PIL continentale. La Commissione ha presentato a gennaio 2020 un piano per gli investimenti, nelle parole della Presidente Von Der Leyen, “finalizzato a mobilitare almeno 1 000 miliardi di €, che indicherà la rotta da seguire e provocherà un'ondata di investimenti verdi."

Il ruolo del bilancio pubblico europeo è però piuttosto limitato e non si prevede di aumentarne sostanzialmente la dotazione, ad oggi pari a circa l’1% del PIL Europeo. Un ruolo importante è attribuito alla BEI (Banca Europea degli Investimenti) che dovrà raddoppiare il proprio obiettivo climatico, portandolo dal 25 % al 50 % entro il 2025 e diventando così la banca europea per il clima. Ma soprattutto il ruolo più importante sarà quello dei capitali privati che la Commissione vuole mobilitare anche grazie a una regolamentazione più chiara e trasparente della “finanza verde”.

Insomma, il Green New Deal non sembra destinato a cambiare la politica economica dell’UE (se si può dire che esista una politica economica comune), non renderà il bilancio UE un agente macroeconomico decisivo, rimanendo nell’alveo della politica del pareggio di bilancio. Qui si evidenzia una prima forte differenza rispetto al New Deal americano degli anni 20’ e in un certo modo anche rispetto alla proposta contemporanea della Ocasio-Cortez, ovvero un ruolo molto inferiore del bilancio pubblico e molto più ampio del mercato e degli investimenti privati.



La Battaglia Est-Ovest e l’incognita Covid-19



Intanto, il piano ha già i suoi oppositori, soprattutto i paesi dell’Est (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca su tutti) che puntano a difendere le industrie del carbone nazionali e hanno già chiesto e ottenuto l’istituzione di un Just Transition Mechanism da 100 miliardi, ovvero un fondo di compensazione per le regioni più legate all’industria dei combustibili fossili. 

L’emergenza coronavirus complica ulteriormente il quadro e ha sicuramente cambiato le priorità del continente, tanto che il premier ceco Babis si è spinto a suggerire l’abbandono del Green New Deal alla luce dell’emergenza sanitaria. Quale sarà il reale impatto di questa pandemia sul destino del Green New Deal e delle politiche per l’ambiente? Anche qui gli analisti si dividono: c’è chi è pessimista e chi invece sostiene che questa emergenza richiederà un profondo sforzo per far ripartire l’economia, in questa fase di ricostruzione sarà possibile sperimentare misure e strumenti diversi e forse riorientare la ripresa economica dando ancora più slancio al perseguimento degli obiettivi climatici. In fondo le cronache di queste settimane hanno mostrato che dopo anni di tagli e politiche di rigore, gli stati di fronte ad un’emergenza hanno preso misure radicali, moltiplicando i posti letto negli ospedali in pochi giorni, convertendo le industrie più disparate alla produzione di materiale sanitario, spendendo centinaia di miliardi in stimoli all’economia. Se il cambiamento climatico è una minaccia ben più grave a lungo termine del Covid-19, perché non dovrebbe essere possibile fare lo stesso?

Francesco Sala

2 Commenti
  1. Ugo Zuretti 27 Marzo 2020 10:41

    Certamente questa crisi richiederà profondi mutamenti! Si è capito che di fronte a determinati pericoli il mondo deve avere strategie comuni, i nazionalismi non risolvono i problemi ma li aggravano! Io spero che la necessaria ripartenza sia improntata su un nuovo modello di sviluppo che tenga conto ed aiuti a risolvere questa seconda grave pandemia che è l’emergenza climatica con le conseguenze catastrofiche che ne possono derivare! Non facciamoci trovare ancora una volta impreparati, non potremo dire:”non lo sapevamo!”.

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  2. Paola Cairella 27 Marzo 2020 12:16

    Bravissimo! Chiaro ed interessante

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