Ecorazzismo e ingiustizia ambientale: il prezzo della disuguaglianza

Ecorazzismo: che cos’è?



"È molto importante includere la giustizia ambientale quando parliamo di giustizia sociale. È un elemento chiave. La base di altri tipi di ingiustizia".

Queste parole di Greta Thunberg alla COP 25 di Madrid riassumono una consapevolezza che si sta diffondendo sempre più tra gli studiosi e gli attivisti, ovvero quella dell’esistenza di un profondo legame tra le disuguaglianze e le ingiustizie sociali e quelle ambientali.
In altre parole, si è notato come chi è più emarginato e posto in fondo alla scala sociale tenda a subire maggiormente le conseguenze dei danni ambientali prodotti dalla nostra società rispetto a chi è posto al vertice di quella stessa scala sociale e in molti casi ha una responsabilità ben maggiore per i danni all’ecosistema.
Da qui la definizione di eco-razzismo, usata da molti studiosi, per quelle discriminazioni palesi che fanno si che a subire i maggiori danni dell’attacco dell’uomo alla natura siano per lo più i più fragili e i più deboli.
Che si tratti di minoranze etniche, abitanti dei paesi in via di sviluppo o del terzo mondo, anziani o disoccupati, in generale il comune denominatore appare essere la povertà economica. Dunque, è ancora una volta il fattore “economico” a essere determinante per stabilire il destino “ecologico” di ognuno di noi, ovvero chi potrà godere di un ambiente sano e non deteriorato e chi invece dovrà farne a meno.



Ecorazzismo e ingiustizia ambientale: da New Orleans a Taranto



Prendiamo ad esempio il problema ambientale per eccellenza: il cambiamento climatico. Sono ormai numerosi gli studi che ci indicano come le conseguenze più dure di questo fenomeno stiano ricadendo e ricadranno sui più deboli, ovvero le popolazioni africane che vedono aumentare la desertificazione, le popolazioni dei piccoli stati insulari o le popolazioni nomadi del circolo polare artico. Ma anche nei nostri paesi vale lo stesso: sono colpite le fasce di popolazione più povere e fragili. Un classico esempio è quello dell’uragano Katrina che colpì New Orleans nel 2005.



The Guardian - Naomi Klein: Naomi Klein: how power profits from disaster



Questo fenomeno colpì molto duramente la numerosa comunità nera della città che si trovò abbandonata dalle istituzioni, con enormi ritardi e violenze nell’evacuazione della città, mentre i ceti benestanti fuggivano a bordo delle loro auto private. Anche la ricostruzione, come denunciato dall’inchiesta della giornalista canadese Naomi Klein, ha visto forti speculazioni ai danni dei neri e dei ceti più poveri che si sono visti in molti casi privati dei loro alloggi popolari. Addirittura, Richard Baker, rappresentante repubblicano della Lousiana al Congresso, arrivò a dire: “Ci siamo liberati dell’edilizia pubblica a New Orleans. Noi non potevamo farlo, ma Dio l’ha fatto.”



Anche la collocazione delle discariche e degli impianti industriali più inquinanti non è causale. Secondo un recente studio di Bloomberg, negli Stati Uniti più del 70% dei siti con rifiuti inquinanti è localizzato nei pressi di quartieri poveri. Sempre rimanendo negli Stati Uniti, lungo il fiume Mississippi si snoda la cosiddetta Cancer Alley, la “strada del cancro”, altamente inquinata dalle industrie petrolchimiche e abitata in grande maggioranza da comunità povere di colore.
Venendo al nostro paese gli esempi non mancano. Non è un caso infatti se le classi dirigenti dell’Italia abbiano in molti casi collocato i siti chimici e le acciaierie nel Mezzogiorno, dove risiedeva la popolazione più povera del paese. Non è un caso se ancora oggi il traffico illegale di rifiuti industriali vada dal Nord alle regioni del Sud. Non è un caso infine se l’Italia esporti la maggior parte dei suoi rifiuti plastici, quelli più inquinanti e difficili da riciclare, all’estero in paesi come la Malesia, dove, secondo una recente inchiesta di Greenpeace, quasi la metà di tali rifiuti finisce in impianti privi delle necessarie autorizzazioni.



Eco-razzismo e il bivio: più o meno disuguaglianze?



Insomma, in molti problemi ambientali del nostro tempo, dal cambiamento climatico all’inquinamento delle acque e del suolo, soffre di più chi è meno responsabile delle cause, e quasi sempre perché è più povero e quindi più debole e sacrificabile. Questo è un punto importante, perché tutti noi sappiamo che le nostre azioni sull’ambiente hanno importanti esternalità negative, e lo sa anche chi ha maggior potere decisionale. Ma è più facile fare scelte che danneggeranno l’ambiente sapendo che molto probabilmente le conseguenze sulla salute non saranno pagate dalla tua famiglia e da quelli del tuo ceto ma da qualcuno che si ritiene sacrificabile. Insomma, è come se, dopo millenni di evoluzione sociale e culturale, permanesse un razzismo di fondo non più legato all’etnia in sé e alla supremazia biologica di questa o quella razza, ma alla condizione economica e al dato apparentemente ineluttabile che molti devono soffrire e pagare le conseguenze affinché una minoranza possa continuare a vivere in condizioni superiori. È l’accettazione e la giustificazione ultima della disuguaglianza che è tornata ad aumentare negli ultimi decenni nel mondo. E le crisi ambientali prodotte proprio da questo modello di disuguaglianza ci pongono di fronte ad un bivio: combattere questo modello credendo che se una cosa non è accettabile per qualcuno non deve esserlo per nessuno, riconvertendo quindi i sistemi produttivi per assicurare una vita sostenibile per tutti, oppure accettare che le disuguaglianze crescano, aggravate dai problemi ambientali crescenti.





Ne parla Naomi Klein nel saggio “This changes everything”: i cambiamenti climatici mettendo in luce la crisi del modello economico attuale sono una tremenda opportunità di cambiamento per abbattere alcuni dogmi alla base delle ingiustizie economiche e sociali attuali. Ma attenzione, secondo la giornalista canadese, gli shock sono anche il miglior strumento con cui le accelerazioni più reazionarie sono state portate avanti nella storia: dalla rivoluzione neo-liberista del Cile di Pinochet, all’attacco all’edilizia popolare nella New Orleans del post Katrina, le élite reazionarie hanno sempre cercato di sfruttare le situazioni di shock per aumentare le disuguaglianze, ridurre i diritti, accentrare ricchezza e potere.




Darwin e la pandemia: chiavi di lettura per un futuro con meno disuguaglianze



Non solo i disastri ambientali ma anche le pandemie sono situazioni di shock per le nostre società. E anche nell’attuale pandemia possiamo leggere alcuni elementi interessanti di razzismo “sanitario”. Dal premier UK Boris Jhonson che dichiarava alla nazione di non voler prendere contromisure contro il covid-19 sulla base della cosiddetta immunità di gregge, e annunciava ai suoi concittadini di prepararsi a perdere prematuramente molti dei loro cari più anziani (chissà se avrebbe fatto la stessa dichiarazione sapendo che poche settimane dopo sarebbe stato ricoverato in terapia intensiva per il virus). Ai tanti anziani morti nelle case di riposo perché non erano state prese le giuste precauzioni. Ai politici e ai calciatori immediatamente soggetti ai tamponi al primo sospetto, mentre medici in prima linea morivano perché non erano stati dotati di mascherine e ai comuni cittadini veniva negato il test anche in presenza di forti sintomi. Alle linee guida inviate agli ospedali americani per scegliere in caso di carenza di respiratori quali pazienti far sopravvivere che discriminavano in base a fattori come l’utilità sociale o la disabilità. Alle conseguenze stesse delle politiche di “lockdown” che colpiscono maggiormente i ceti più precari ed economicamente fragili.
Anche qui si può notare che spesso un problema è riconosciuto come tale solo se colpisce i ceti privilegiati delle nostre società sulla base di un razzismo economico, che è lo stesso che conduce anche alle ingiustizie ambientali. E al contempo abbiamo visto una prova della tendenza a sfruttare gli shock per attuare accelerazioni reazionarie e autoritarie, come nel caso dell’Ungheria di Orban.





Molti hanno detto che durante una pandemia si è tutti uguali, tutti sulla stessa barca, come del resto si dice di una sfida globale come il cambiamento climatico, le cui cause e conseguenze sono appunto globali e
dovrebbero toccare ogni essere umano in egual modo: la realtà ha mostrato quanto questo sia assolutamente lontano dal vero, almeno a breve termine.
La politica dell’immunità di gregge, suggerita a Jhonson, liberista ultra-convinto, dai suoi consulenti sanitari Vallance e Whitty, è stata da alcuni definita “neo-darwiniana” o ispirata al “darwinismo sociale”, una teoria
nata a fine ‘800 che punta ad applicare i principi della lotta per l’esistenza e della selezione naturale alle società umane: la sopravvivenza del più forte, del più adatto, alla base anche delle teorie eugenetiche e razziste della prima metà del ’900.



Sebbene sconfitto dalla storia, il darwinismo sociale forse in parte sopravvive nel nostro modello economico a giustificare un elevato tasso di disuguaglianze e le numerose ingiustizie sociali e ambientali, tra loro strettamente connesse. E nel futuro le crisi esogene portate dai cambiamenti climatici potrebbero spingere verso ancora maggiori disuguaglianze sociali e ambientali: se le risorse economiche e ambientali scarseggiano solo pochi potranno goderne. “Per pochi immortali la maggioranza deve morire.” È la dura legge che regna in un fantascientifico futuro immaginato nel film In Time (USA, 2011), in cui gli esseri umani hanno scoperto come non invecchiare raggiunti i 25 anni di età ma al posto del denaro accumulano tempo per non morire, e una minoranza di ricchi è immortale mentre la maggior parte della popolazione ha pochi giorni da vivere, “il costo della vita aumenta per far si che la gente continui a morire o non esisterebbero uomini con milioni di anni e altri che vivono alla giornata. Ma la verità è che ce ne sarebbe per tutti, nessuno deve morire prima del tempo.” Fino a che il protagonista, Will Salas, non ruba un milione di anni dalla cassaforte del magnate Philippe Weis, che ha come combinazione la data di nascita di Charles Darwin, per allungare la vita ai più poveri, perché “nessuno dovrebbe essere immortale, anche se costasse una sola vita”.
Ancora non siamo riusciti a rendere il tempo un bene accumulabile da alcuni esseri umani, ma in un certo modo è già così: il divario di ricchezza come abbiamo visto significa per i pochi privilegiati anche un ambiente migliore e una salute migliore, oltre ad uno stile di vita migliore, i cui effetti collaterali vengono scaricati sui molti.
Come superare l’ecorazzismo quindi? Lottando per una maggiore uguaglianza e cominciando a dichiarare inaccettabile un assunto che governa la nostra società: “perché pochi sfruttino senza limiti le risorse del pianeta, la maggioranza deve pagarne le conseguenze”. Ricordandoci che in quella maggioranza forse non ci siamo noi, cittadini benestanti occidentali, ma sicuramente ci saranno i nostri figli.

Francesco Sala

2 Commenti
  1. Paola Cairella 16 Aprile 2020 18:02

    Bravo… si legge d’un fiato!

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  2. roberto 16 Aprile 2020 18:04

    ho letto con molta attenzione questo tuo Francesco, articolo che condivido in toto il contenuto, ho riscontrato tesi che si rifanno molto all’Enciclica “Laudato si” che Papa Francesco scrisse nel 2015,citava “ecologia integrale” per esprimere il concetto che hai citato nell’articolo, ad oggi dopo cinque anni costatiamo che la maggior parte degli uomini non ha ancora percepito la gravità del fatto che ogni nostra azione è concatenata al mondo intero.

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