RIFIUTI: parte 1 – Classificazione e normativa

1. Rifiuti: cosa sono e perché non possiamo fare a meno di averci a che fare



Se qualcuno vi chiedesse di dire la prima cosa che vi viene in mente pensando al termine “rifiuto”, probabilmente rispondereste – in base alla vostra personale esperienza di vita – una scatoletta di tonno ancora unta, usata per il più classico dei pasti degli studenti fuori sede, oppure un secchio di calcinacci prodotti durante i lavori di ristrutturazione del bagno, oppure ancora una carriola con l’erba del prato della casa in campagna.

O magari a una ragazza (o un ragazzo) che non ricambiava le vostre attenzioni… ma questa è un’altra storia.



L’Enciclopedia Treccani definisce “rifiuto” «qualunque materia solida o liquida scarto di un processo, di provenienza domestica, agricola o industriale». I rifiuti sono classificati secondo l’origine in rifiuti urbani (interni ed esterni) e rifiuti speciali (divisi, a loro volta, in rifiuti pericolosi e non pericolosi).

Negli ultimi decenni la produzione di rifiuti è progressivamente aumentata quale diretta conseguenza dello sviluppo economico e industriale, dell’incremento di popolazione e dell’espansione delle aree urbane. I problemi relativi allo smaltimento hanno assunto proporzioni sempre maggiori, anche a causa della moltiplicazione delle tipologie dei rifiuti prodotti, che risultano sempre più nocivi per l’ambiente. In termini di bilancio ambientale, la quantità crescente di rifiuti prodotti rappresenta una misura dell’impoverimento delle risorse terrestri e lo smaltimento comporta notevole perdita di materiali ed energia.



Quello della gestione dei rifiuti è un mondo vastissimo, estremamente articolato e complesso: per molti di noi questo mondo è distante e “nascosto” e l’unica connessione che abbiamo con esso è il cassonetto sotto casa o il camion della nettezza urbana che sentiamo passare la mattina presto lungo la via.

Se è questo il caso, significa che il sistema funziona in modo sufficientemente efficace da non produrre ricadute sulla popolazione e sulla società. Spesso però non è esattamente così: basti pensare alla emergenza rifiuti che già da anni attanaglia la Capitale, o alle discariche abusive di cui purtroppo si continua ad avere notizia. In questi casi, evidentemente, a un qualche livello (pianificazione, attuazione o controllo) il sistema è andato in crisi e diventa subito evidente l’importanza della gestione dei rifiuti secondo criteri di sostenibilità e sicurezza, verso un modello di economia circolare.

Fig. 1   (Fonte: https://www.government.nl/

È importante dunque conoscere, almeno a grandi linee, ciò che accade a valle della produzione di rifiuti che origina quotidianamente da ogni attività, produttiva o meno. Sia per capire il perché di alcune logiche normative e commerciali riguardanti i rifiuti, ma anche e soprattutto per capire come questo mondo sia estremamente legato alle nostre scelte di tutti i giorni.



Il tema è vastissimo e un solo articolo non è di certo sufficiente per indagarlo a 360°: per questo abbiamo pensato di svilupparlo in una serie di articoli, ognuno incentrato su un aspetto particolare.

In questo articolo andremo a conoscere la normativa in vigore, partendo dalle direttive europee e dagli obiettivi fissati a breve e medio termine, vedendo poi come queste sono applicate nella realtà Italiana, con differenze tra Regione e Regione: può sembrare forse un po’ noioso, ma è estremamente importante per capire come e perché in alcune realtà il sistema “funzioni” meglio che in altre e anche per avere dei riferimenti in merito alle grandezze in gioco. Approfondiremo poi la classificazione dei rifiuti, indispensabile per capire le diverse forme di gestione e trattamento cui vengono sottoposti.



2. Quadro normativo di riferimento sui rifiuti e obiettivi futuri



La normativa Europea: principi guida, criteri e obiettivi



Le direzioni strategiche lungo le quali si muove la legislazione nazionale in materia di rifiuti si legano “a doppio filo” alle indicazioni che originano dal quadro europeo di riferimento: negli ultimi due decenni le istituzioni comunitarie si sono impegnate a disegnare una strategia europea sui rifiuti, che punta alla creazione delle condizioni per una crescita economica sostenibile.



È interessante vedere come la normativa europea muove a partire da principi base, potremmo dire teorici, indispensabili per garantire uno sviluppo sostenibile della filiera di gestione dei rifiuti, lasciando ai singoli Stati membri la attuazione vera e propria e la determinazione di specifici obblighi di legge, in base alle specificità territoriali. Perché i rifiuti prodotti, come è logico aspettarsi, cambiano da nazione a nazione sia in quantità che in tipologia, poiché sono legati alle attività quotidiane, produttive e non, che sono diverse in ogni realtà.



Il riferimento a livello europeo è la direttiva quadro sui rifiuti (Direttiva 2008/98/CE), in cui la Comunità Europea si pose come obiettivi quelli di contenere le conseguenze negative della produzione e della gestione dei rifiuti sulla salute umana e sull’ambiente, di ridurre il consumo di risorse e di promuovere l’applicazione della gerarchia dei rifiuti.

Accanto al principio del “chi inquina paga” (già previsto nella Direttiva 2004/35/CE), vengono qui introdotti alcuni principi chiave per disciplinare e programmare interventi su piano nazionale nei singoli Stati membri: uno di questi è il principio della "responsabilità estesa del produttore" , secondo cui il soggetto che trasforma, fabbrica, vende o importa un bene è responsabile dell’intero ciclo di vita del prodotto, comprese le attività post consumo di ritiro, riciclo e smaltimento finale. È un principio che chiede di interiorizzare i costi, anche ambientali, nel prezzo finale dei beni immessi al consumo e che ha l’obiettivo di rafforzare le attività di prevenzione, riutilizzo e riciclaggio.



In questa stessa direttiva viene proposto il paradigma della “società del riciclaggio”, in cui operatori economici e cittadini devono agire in modo tale da evitare il più possibile la produzione di rifiuti, utilizzandoli sempre più come risorsa.

Viene ribadita e ampliata una gerarchia dei rifiuti, che individua una scala di priorità da perseguire nella gestione dei rifiuti stessi (Fig. 2).

Tale gerarchia prevede innanzitutto la prevenzione, ovvero l’insieme delle azioni dirette a ridurre il quantitativo di rifiuti immesso; a ciò fanno seguito, nell’ordine:

  • preparazione per il riutilizzo  attività che consentono di prolungare la vita utile di prodotti e componenti di prodotti diventati rifiuti: ad esempio pulizia, riparazione, estrazione di componenti intatti, ecc…
  • riciclaggio  i materiali di rifiuto sono trattati per ottenere altri prodotti, materiali o sostanze che vengono poi utilizzate per la loro funzione originaria o per altri utilizzi (tra le varie forme di riciclaggio rientra anche il recupero di energia operazioni che consentono ai rifiuti di svolgere un ruolo utile generando energia, sostituendo i combustibili tradizionali, come è il caso degli impianti di incenerimento.
  • smaltimento in discarica  deve sempre rappresentare l’estrema ratio, laddove nessuna delle altre vie risulti percorribile e per il tempo strettamente necessario a individuare delle alternative.

Nel prossimo articolo capiremo meglio come questi criteri si applicano nel concreto e perché alcuni approcci sono migliori di altri in dipendenza dalla tipologia di rifiuto.



Fig. 2   (Fonte: D. Lgs. 3 dicembre 2010, n.205)

Parlando di numeri, con il recepimento della Direttiva 2008/98/CE gli Stati membri si sono impegnati a preparare per il riutilizzo e a riciclare almeno il 50% dei rifiuti urbani entro il 2020.

Nel 2017 è stato poi approvato dal Parlamento Europeo un pacchetto sull’economia circolare che fissa nuovi e più ambiziosi obiettivi di riciclaggio dei rifiuti urbani: 55% al 2025, 60% al 2030 e 65% al 2035.

L’obiettivo per il riciclo degli imballaggi è del 65% entro il 2025 e del 70% al 2030, con valori diversificati per materiale. Infine, le nuove regole prevedono anche di ridurre lo smaltimento in discarica: entro il 2035 al massimo il 10% del totale dei rifiuti urbani potrà essere smaltito in discarica.

Infine, la direttiva 2019/904/UE, di recente emanazione, ha introdotto stringenti misure specifiche per le plastiche monouso, finalizzate a ridurne l’incidenza sull’ambiente. Ad esempio, sono stati fissati i seguenti obiettivi di raccolta differenziata per le bottiglie in plastica per bevande: il 77% entro il 2025 e il 90% entro il 2029.

Italia: il codice dell’ambiente e la gestione integrata



A livello nazionale, il quadro normativo di riferimento è rappresentato dal D. Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 – il cosiddetto
“Testo Unico Ambiente” , o “Codice dell’Ambiente” – e dal successivo D. Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205, che recepisce la Direttiva 2008/98/CE.

Tale norma definisce rifiuto «qualsiasi sostanza o oggetto (solido, liquido o gassoso) di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi» , quindi con una sfumatura diversa rispetto alla definizione linguistica vista nell’introduzione. La norma definisce anche le modalità di gestione dei rifiuti, che si articolano in quattro fasi distinte: la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti.

Ad esercitare una influenza importante sulle modalità organizzative e sulla gestione del rifiuto urbano sono altri due principi comunitari: i principi di “autosufficienza” e “prossimità” :

  • Il principio di autosufficienza indica che l’Unione Europea deve essere autosufficiente nello smaltimento e nel recupero dei rifiuti. E, basando le proprie legislazioni nazionali su questo principio, dovrebbe esserlo anche ogni Stato membro.
  • Il principio di prossimità indica che la rete di impianti di gestione deve permettere lo smaltimento o il recupero dei rifiuti urbani non differenziati in uno degli impianti appropriati più vicini al luogo della raccolta.



Nel Codice dell’Ambiente, il principio di autosufficienza locale ha un naturale riferimento nell’istituzione del cosiddetto Ambiti Territoriale Ottimale (ATO): si tratta di un territorio, di norma coincidente con i confini provinciali (e comunque entro i confini regionali), al cui interno dovrebbe essere garantita l’autosufficienza dello smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi (per i rifiuti speciali prevale il principio di prossimità, ossia devono essere smaltiti dall’impianto idoneo più vicino al sito di produzione/raccolta, per ridurne il più possibile la movimentazione).



La governance del servizio di gestione dei rifiuti urbani è strutturata su più livelli e i soggetti coinvolti – cui corrispondono ruoli e compiti diversi in base al livello territoriale rappresentato – sono almeno quattro: lo Stato, le regioni, i comuni e, più di recente, gli enti di governo dell’ambito territoriale ottimale (EGA)*.

Gli EGA, cui gli enti locali devono (dovrebbero) partecipare obbligatoriamente, esercitano le funzioni di organizzazione dei servizi pubblici locali, scelgono la forma di gestione, determinano le tariffe praticate all'utenza, affidano la gestione e su di essa esercitano la vigilanza e il controllo. Insomma, sono responsabili della gestione dei rifiuti urbani su scala provinciale.



Tuttavia, la riorganizzazione della governance degli ATO ha riscontrato forti resistenze a livello locale: al 2016, nel 46% dei casi gli enti locali non avevano ancora aderito agli EGA di riferimento e solo per 17 dei 67 ATO il processo di riassetto della governance locale poteva dirsi concluso (Fig. 3).

La legge di bilancio per il 2018 ha poi assegnato all’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico, opportunamente rinominata Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente (ARERA), i compiti di regolazione e controllo del ciclo dei rifiuti urbani e assimilati, compresi i differenziati.

L’auspicio è che ARERA, basandosi sulla propria esperienza maturata per gli altri servizi (una delle più lunghe e qualificate del panorama europeo), possa assicurare condizioni di economicità, efficienza e sviluppo industriale delle gestioni e la qualità del servizio agli utenti finali.

È utile sottolineare che la normativa italiana è l’unica in ambito europeo a prevedere obblighi in termini di percentuale minima di raccolta differenziata del rifiuto urbano, fissando i seguenti limiti:

  • 35% entro il 2006;
  • 40% entro il 2007;
  • 45% entro il 2008;
  • 50% entro il 2009;
  • 60% entro il 2011;
  • 65% entro il 2012.

Quest’ultimo limite è tutt’ora il minimo di legge: come vedremo in seguito, però, non è ancora stato raggiunto, nonostante sistemi di incentivo per i Comuni virtuosi e maggiorazione del tributo (ecotassa) per i Comuni che non rispettano questo limite.



Fig. 3 (Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati InviItalia)

3. La classificazione dei rifiuti



Nel capitolo precedente si è accennato che la gestione dei rifiuti è divisa – sia da un punto di vista logico che normativo – in quattro fasi: la raccolta, il trasporto , il recupero e lo smaltimento.

Ciò che viene prima della raccolta e da cui il ciclo ha inizio è, naturalmente, la produzione dei rifiuti.

Prima di passare ai dati veri e propri e alla valutazione delle le grandezze in gioco, è però necessaria una ulteriore premessa: come visto, la legislazione nazionale identifica due tipologie di rifiuti – urbani e speciali. Il criterio per la suddivisione è la provenienza: sono urbani i rifiuti che si formano nell’ambito domestico o nei luoghi pubblici, mentre sono speciali tutti i rifiuti provenienti dalle attività produttive o da lavorazione di altri rifiuti. I rifiuti possono però essere anche suddivisi, in base alla pericolosità, in pericolosi e non pericolosi . I rifiuti speciali non pericolosi possono essere assimilati ai rifiuti urbani, in base alle necessità e ai criteri delle singole realtà locali. Questa classificazione è schematizzata nella Fig. 4 qui di seguito.

In questo approfondimento, salvo dove diversamente indicato, stiamo parlando e parleremo dei rifiuti urbani, anche chiamati RSU (rifiuti solidi urbani).

I rifiuti urbani sono a loro volta suddivisi in una frazione differenziata e una indifferenziata (Fig. 5).

La frazione differenziata si compone di una quota differenziata secca (ad esempio carta, cartone, vetro, plastica, metalli, legno) e una frazione umida, ovvero l’organico (anche detto FORSU).

Il numero delle frazioni raccolte con la raccolta differenziata e le modalità di raccolta cambiano da territorio a territorio, come sarà capitato a tutti di sperimentare anche semplicemente andando in vacanza in una regione diversa.

Oltre alle frazioni già elencate ed esplicitate in Fig. 5, esistono anche raccolte specifiche per altre tipologie di rifiuti, prodotti in quantità inferiori rispetto alle precedenti, ma estremamente inquinanti, quali ad esempio: olii esausti, pile e accumulatori elettrici, rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) o rifiuti ingombranti generici.

La frazione indifferenziata si compone di tutto ciò che non viene separato nelle varie frazioni della parte differenziata, e viene anche detto rifiuto urbano residuo (RUR).



fig. 4

fig. 5

Bene, fino a qui abbiamo solo illustrato i principi cui la normativa sui rifiuti si ispira e i limiti che impone, chiarendo alcuni concetti legati alla classificazione dei rifiuti: due cose che estremamente utili per capire meglio i dati e le analisi che vi presenteremo nei prossimi capitoli.

Nello specifico, vedremo i numeri (piuttosto impressionanti) relativi alla produzione e gestione dei rifiuti in Italia e nel mondo e approfondiremo alcuni temi di dibattito legati alla materia dei rifiuti.



Dunque, restate “sintonizzati”… e appuntamento al prossimo articolo!


*Gli EGA, istituiti nel 2012, hanno sostituito le Autorità d’ambito territoriale ottimale (AATO), che erano state soppresse nel 2010



Federico Medini

1 Commento
  1. Belluomo Silvia 11 Settembre 2020 15:23

    Molto esplicativo e interessante!!!
    Complimenti!

    Rispondi

Lascia un commento