RIFIUTI: parte 2 – La situazione in Italia e in Europa

Bentornati! Eccoci di nuovo alle prese con il tema dei rifiuti: nella prima parte avevamo introdotto la normativa che regola la tematica dello smaltimento dei rifiuti urbani, con un focus sulla classificazione dei rifiuti in base alla provenienza, alla pericolosità e alla tipologia di materiale. 

In questa seconda parte vedremo nel dettaglio le modalità con cui vengono gestiti e smaltiti i rifiuti urbani in Italia e presenteremo un'analisi quantitativa, basata sui numeri più recenti: rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) del 2019, su dati relativi al 2018. Infine, proporremo un confronto con altri Paesi dell’Unione Europea e qualche dato relativo a quello che succede nel resto del mondo. 



1. La situazione in Italia: produzione dei rifiuti urbani e raccolta differenziata 

Nel 2018 la produzione nazionale dei rifiuti urbani si attesta a quasi 30,2 milioni di tonnellate , con una crescita del 2% rispetto al 2017 e riallineandosi al valore del 2016 ( Fig. 1). 

Normalmente l’andamento della produzione di rifiuti urbani rispecchia quello di indicatori socio-economici quali il PIL e la spesa delle famiglie: si osserva infatti un brusco calo nella produzione di rifiuti nel biennio 2011-2012 – in concomitanza con la crisi economica che colpì il Paese – e un nuovo aumento nel 2016 quando PIL e spesa ricominciarono a salire. Il 2017 è stato l’unico anno (recente) in cui non si osserva questa correlazione: a fronte di un aumento del PIL la produzione di rifiuti è calata rispetto al 2016. 



Fig.1 Andamento della produzione di rifiuti urbani in Italia anni 2005-2018 Fonte ISPRA

Nel 2018 il quantitativo pro-capite ( fig. 2 ) è pari a circa 500 kg per abitante, il che significa circa 1,4 kg a testa al giorno. Bisogna considerare che questo è un valore medio su scala nazionale: tutte le regioni fanno rilevare una crescita rispetto al 2017, ad eccezione di Marche, Molise e Sicilia; i più virtuosi sono gli abitanti di Basilicata, Molise e Calabria, mentre le regioni con la produzione di rifiuti più alta sono Valle d’Aosta, Toscana ed Emilia Romagna. I cittadini emiliani, infatti, producono quasi il doppio dei rifiuti rispetto agli abitanti della Basilicata: su tale discrepanza incide sicuramente una diversità nello stile di vita della popolazione e delle famiglie, ma è possibile che un ruolo ce l’abbia anche l’assimilazione di rifiuti speciali non pericolosi a quelli urbani, diversa da regione a regione e da provincia a provincia (come visto nella scorsa “puntata”). 

Questa ipotesi è confermata anche dal fatto che, parlando di macro-aree, i valori più alti di produzione pro-capite si osservano, come negli anni precedenti, per il Centro, con 548 kg/abitante. Segue il Nord con 517 kg/abitante e il Sud con 449 kg/abitante (50 in meno del Nord e quasi 100 in meno del Centro). 



Fig. 2 Produzione pro-capite dei rifiuti urbani per regione, anni 2017-2018 (Fonte: ISPRA)

Parlando di raccolta differenziata (RD), la percentuale su scala nazionale è pari al 58.1% della produzione di rifiuti, proseguendo un trend di crescita continua rispetto agli anni precedenti (Fig. 3 ), ma tutt’ora al di sotto del minimo di legge fissato per il 2012, pari al 65%. 

Si riscontra una differenza piuttosto importante tra Nord, Centro e Sud, che vedremo riproporsi anche in altri aspetti della gestione dei rifiuti nei paragrafi successivi: il Nord è generalmente in linea, già dal 2017, con gli obiettivi di raccolta differenziata e riciclo fissati dalla normativa, mentre le regioni del Sud sono spesso lontane dal raggiungerli; e il Centro si colloca in una condizione intermedia. 

A livello regionale, la più alta percentuale di raccolta differenziata è conseguita dal Veneto (73.8%), seguito da Trentino Alto-Adige (72.5%) e Lombardia (70.7%). Anche Marche (68.6%), Emilia Romagna (67.3%), Sardegna (67%) e Friuli Venezia Giulia (66.6%) superano il minimo di legge (65%). Fanalino di coda di questa classifica è la Sicilia, che nonostante un aumento notevole rispetto all’anno precedente, ancora non supera la quota del 30% (29.5%). 

Accanto a province – quasi tutte al Nord – dove la raccolta differenziata tocca percentuali molto elevate (a Treviso e Mantova si supera addirittura l’87%), le province che fanno registrare i numeri peggiori sono quasi tutte al Sud (Palermo la peggiore, che non raggiunge nemmeno il 20%). 

Nel complesso, oltre la metà dei Comuni (54.1% del totale) è in linea con l’obiettivo di raccolta differenziata al 65%, mentre circa il 10% dei comuni differenzia meno del 30% dei rifiuti urbani. 



Bisogna precisare, però, che il mero dato sulla percentuale di raccolta differenziata è solo parzialmente indicativo: vediamo perché. 

Come già visto, a valle della raccolta differenziata abbiamo le fasi della preparazione per il riutilizzo e del riciclaggio. Entrambe queste fasi sono però strettamente dipendenti dalla qualità dei materiali raccolti attraverso la raccolta differenziata: oltre certi livelli di differenziazione la qualità dei materiali raccolti tende a peggiorare, causando un aumento degli scarti e un minore valore “commerciale” dei materiali stessi che non bilancia i maggiori costi della raccolta. Nelle realtà con popolazione tra 200-300 mila abitanti il punto di equilibrio tra qualità della frazione raccolta, aumento dei costi e possibilità di valorizzazione, si colloca intorno a valori di incidenza della raccolta differenziata del 70%



Dunque, una raccolta differenziata superiore al 65% è comunque auspicabile ovunque, e sicuramente molte province devono investire tanto e subito per colmare quanto prima il gap con questo valore; ma non bisogna pensare che tendere al 100% di raccolta differenziata sia ovunque la soluzione ottimale. In questo giocano un ruolo molto importante anche le tecnologie utilizzate per il trattamento dei rifiuti, una volta differenziati: in primis, la loro efficienza, la loro affidabilità e la loro distribuzione capillare nel territorio. 



Fig. 3 Andamento raccolta differenziata dei rifiuti urbani – anni 2014-2018 (Fonte: ISPRA)

Come accennato anche nella Parte 1, non tutti i materiali vengono raccolti separatamente in tutte le realtà locali. Nel complesso, la situazione è quella riassunta nella Fig. 4, dove sono indicate le diverse tipologie di rifiuti raccolti attraverso la raccolta differenziata: le cosiddette “frazioni merceologiche”. 

Delle 17.5 milioni di tonnellate di rifiuti differenziati nel 2018, la frazione più importante è quella organica (FORSU), che ne rappresenta ben il 40% (7.1 milioni di tonnellate). 

La frazione organica è costituita prevalentemente dall’insieme di rifiuti biodegradabili prodotti da cucine e mense, ma anche degli scarti derivanti dalla manutenzione di giardini e parchi e dalla raccolta presso i mercati. Non a caso le percentuali più alte di raccolta differenziata sono raggiunte nei territori che hanno realizzato efficaci sistemi di intercettazione della frazione organica. 



La seconda tipologia più raccolta in modo differenziato è la carta e il cartone, con 3.4 milioni di tonnellate (quasi il 20% del totale differenziato); segue il vetro con oltre 2.1 milioni di tonnellate (12%). 

La plastica tocca 1.4 milioni di tonnellate (quasi interamente imballaggi): è un dato che fa riflettere e che apre a una analisi – che approfondiremo nella “puntata” successiva – circa la sostenibilità dell’intero modello commerciale a cui siamo abituati. 



Fig. 4 Raccolta differenziata per frazione merceologica – anni 2014-2018 (Fonte: ISPRA)



2. La gestione e lo smaltimento dei rifiuti urbani 

La gestione dei rifiuti, oltre ad essere una necessità e un obbligo di legge, rappresenta anche un’importante opportunità per ogni Paese a economia sufficientemente avanzata. Un sistema sociale ed economico intelligente deve infatti cercare di ridurre al minimo la produzione di rifiuti e cercare un modo di riutilizzarli come risorsa, muovendo da modelli lineari di estrazione-produzione-consumo-smaltimento verso modelli circolari basati su minimizzazione, riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti. 

La tendenza verso una società vicina all’opzione zero per i rifiuti ha una logica ambientale, ma può essere anche un fattore di competitività economica. Come si è visto, l’Europa ha una consolidata esperienza nella gestione dei rifiuti, con una politica orientata alla riduzione della produzione, al riciclaggio e al recupero di energia: il mercato della gestione dei rifiuti è stimato in Europa in circa 400 miliardi di euro all’anno



La gestione dei rifiuti riguarda, chiaramente, tutti i rifiuti prodotti, differenziati e non. Lo spartiacque si ha a valle della raccolta: nel caso della frazione differenziata, le fasi successive sono quelle della selezione, della preparazione per il riutilizzo e del riciclaggio; per la frazione indifferenziata, quelle del trattamento, del recupero di energia e dello smaltimento in discarica. 

La separazione, il pretrattamento e l’incenerimento spesso avvengono in sezioni diverse di uno stesso grande impianto (definito, per questo motivo, piattaforma polifunzionale), in modo tale da minimizzare gli spostamenti ei rifiuti, e i conseguenti consumi. 

La Fig. 5 mostra la ripartizione finale del totale dei rifiuti urbani prodotti nel 2018. 

Il recupero di materia, ossia il riciclaggio propriamente detto della frazione inorganica, è la quota più significativa (28%), segno che il sistema legato al riciclaggio di carta, plastica, legno, vetro e metalli è piuttosto efficace. Al secondo posto troviamo però lo smaltimento in discarica: sebbene in calo rispetto agli anni precedenti, grazie soprattutto ai miglioramenti in termini di raccolta differenziata, ha comunque interessato il 22% del totale. 

Seguono il trattamento biologico della frazione organica da raccolta differenziata (21%) e l’incenerimento con recupero di energia (18%). Il restante 11% dei rifiuti prodotti è stato destinato a esportazioni, compostaggio domestico, copertura discariche e altri utilizzi e trattamenti. 



Fig. 5 Ripartizione percentuale della gestione dei rifiuti urbani – anno 2018 (Fonte: ISPRA)

Vediamo ora nel dettaglio queste tecniche utilizzate per il trattamento dei rifiuti. 



Il trattamento meccanico biologico (TMB) 



Il trattamento meccanico biologico (TMB) è prevalentemente legato alla frazione indifferenziata del rifiuto urbano e consiste, come si evince dal nome, in trattamenti sia meccanici che biologici, con la finalità di separare la componente secca (a più alto “potere calorifico”, ossia con una maggiore resa energetica quando usata come combustibile) da quella organica putrescibile. La frazione organica viene stabilizzata e utilizzata per attività di ripristino ambientale, ma prevalentemente per riempimento o copertura delle discariche. La frazione secca, invece, può essere avviata direttamente ad incenerimento per il recupero di energia, oppure utilizzata per la produzione del cosiddetto combustibile solido secondario (CSS), sempre destinato all’incenerimento, ma in impianti differenti (ad esempio centrali termoelettriche o cementifici). 



Il TMB aveva un ruolo estremamente importante nella fase in cui la raccolta differenziata dell’organico non era ancora molto diffusa a livello nazionale, ma oggi che essa cresce sensibilmente arrivando a intercettare quote sempre maggiori di rifiuto organico, la sua funzione viene via via ridimensionata e talvolta limitata all’obbligo di pretrattare quanto conferito in discarica (essiccazione, riduzione di volume, ecc…) 

Inoltre, al giorno d’oggi il TMB non è più indispensabile a fini di recupero energetico: sono infatti disponibili tecnologie impiantistiche in grado di incenerire direttamente i rifiuti indifferenziati tal quali, senza richiedere pretrattamento. Queste tecnologie sono diffuse soprattutto negli impianti localizzati nelle regioni del Nord Italia. 



Tuttavia, soprattutto nei Paesi del nord Europa (ad esempio in Olanda o in Danimarca), si usano già da qualche anno tecnologie TMB di nuova generazione (material recovery facilities) che permettono di raggiungere percentuali elevate di recupero di materia con costi contenuti e con modalità di raccolta semplificate. Ciò si ottiene cercando di intercettare il più possibile la frazione organica a livello domiciliare, effettuando poi una separazione meccanica “a freddo” per massimizzare il recupero di materia e minimizzare così lo smaltimento in discarica (si vedano a tal proposito i dati riportati in Fig. 10 ). 

Ecco allora che un approccio di questo tipo potrebbe essere una soluzione anche per le nostre realtà metropolitane, dove a distanza di anni dall’avvio della raccolta differenziata, spesso anche con modalità porta a porta, questa ancora non riesce a raggiungere gli obiettivi di legge. 



Nel 2018 in Italia è avviato al TMB un quantitativo di rifiuti pari a 10.6 milioni di tonnellate, quasi interamente rifiuti urbani indifferenziati (Fig. 6 ). 

Gli impianti TMB attivi sul territorio nazionale sono 131, distribuiti abbastanza uniformemente tra Nord, Centro e Sud. Le regioni dove sono state trattate le maggiori quantità sono Lazio, Sicilia, Puglia e Campania. 

Oltre la metà dei rifiuti avviati a TMB sono poi smaltiti in discarica, poco più di un quarto viene inviato all’inceneritore e quasi il 10% viene avviato ad ulteriori trattamenti. 



Fig. 6 Tipologie dei rifiuti trattati in impianti di trattamento meccanico biologico (tonn) – anno 2018 (Fonte: ISPRA)

Incenerimento dei rifiuti urbani 



È una pratica piuttosto nota e attiva già da alcuni decenni: si tratta di utilizzare i rifiuti come combustibile per produrre energia, sostituendo combustibili fossili quali carbone o olio combustibile. 

Nel 2018 sul territorio nazionale sono operativi 38 impianti di incenerimento con recupero di energia, di cui 12 dotati di cicli cogenerativi, per cui in grado di recuperare sia energia elettrica che termica. In questo caso il parco impiantistico non è però uniformemente distribuito: ben 26 impianti si trovano nelle regioni settentrionali (13 in Lombardia e 8 in Emilia Romagna, il che significa che 2 Regioni detengono oltre la metà degli impianti di questo tipo), mentre sia al Centro che al Sud sono operativi solo 6 impianti. 

La conseguenza naturale è che, delle 5.6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani inceneriti – in linea con i valori degli anni precedenti – oltre il 70% è bruciato al Nord (il 35% nella sola Lombardia e quasi il 20% in Emilia Romagna), quasi il 20% al Sud e circa il 10% al Centro. 

Inoltre, la disuniformità della distribuzione degli impianti fa da motore a un meccanismo di import/export verso altre regioni di quote di rifiuti avviati ad incenerimento. 



Oltre la metà dei rifiuti avviati ad incenerimento è costituita da rifiuti urbani tal quali; la restante quota è principalmente rappresentata da rifiuti derivanti da TMB. 

Nel complesso, il recupero di energia è stato di 4.4 milioni di MWh di energia elettrica e 2 milioni di MWh di energia termica (entrambi valori in linea con gli anni precedenti). 



Trattamento biologico dei rifiuti organici 



La frazione organica dei rifiuti urbani (FORSU) ottenuta da raccolta differenziata subisce un trattamento biologico che può essere aerobico (compostaggio), anaerobico (digestione anaerobica) o integrato. 

A questi trattamenti vengono avviati, insieme alla FORSU, anche fanghi, rifiuti provenienti dall’industria agro-alimentare e rifiuti di carta e legno provenienti da raccolta differenziata. 



Il compostaggio è un processo biologico aerobico in cui un misto di materie organiche, in presenza di ossigeno e di particolari condizioni chimiche, vengono trasformate in compost grazie all’azione di macro- e microrganismi. Il compost, dall’aspetto simile al terriccio, è una sostanza utilizzata in agricoltura e in florovivaismo come fertilizzante e per migliorare la struttura del suolo. 

Tale processo avviene anche spontaneamente in natura, ma viene realizzato dall’uomo, in modo controllato, a partire da residui biodegradabili vegetali e animali, in impianti dedicati. 

Recentemente, in alcune realtà locali (ad esempio in Valle d’Aosta) è stato introdotto il compostaggio domestico, per cui i cittadini producono autonomamente compost a casa propria a partire dalla frazione organica dei rifiuti (in buche nel terreno o in apposite compostiere). 



La digestione anaerobica è un processo che avviene invece in assenza di ossigeno: in questo caso microrganismi degradano la materia organica producendo biogas e digestato. Il biogas, costituito principalmente da metano e CO2, può essere utilizzato come combustibile tal quale oppure può seguire una fase di separazione del metano (che è il combustibile fossile a più alto potere energetico) dalla CO2 e dalle altre sostanze presenti. Il digestato è un composto solido che può avere diversi utilizzi (ad esempio come fertilizzante oppure nella produzione di materiali da costruzione derivati da fibre di legno). 

Gli impianti per il trattamento biologico dei rifiuti in Italia sono 339 (281 per il solo compostaggio, 23 per la sola digestione anaerobica e 35 di trattamento integrato aerobico/anaerobico) e nel 2018 hanno trattato circa 10.3 milioni di tonnellate di rifiuti, un valore quasi doppio rispetto a dieci anni fa. 

Come si può osservare dalla Fig. 7, l’aumento che si sta registrando negli ultimi anni in questo tipo di trattamenti è dovuto quasi esclusivamente all’incremento degli impianti di trattamento integrato. 



Fig. 7 Trattamento biologico della frazione organica da raccolta differenziata – anni 2015-2018 (Fonte: ISPRA)



Smaltimento in discarica 



I rifiuti urbani smaltiti in discarica nel 2018 ammontano a quasi 6.5 milioni di tonnellate, che rappresentano il 22% del totale dei rifiuti urbani prodotti. Tale dato è in calo rispetto agli anni precedenti (Fig. 8 ), ma è ancora troppo alto: bisogna infatti ricordare che il ricorso alla discarica dovrebbe essere la soluzione di ultima istanza e che tale percentuale dovrà scendere al di sotto del 10% entro il 2035, secondo quanto prevede la normativa europea. 

Il calo rispetto al 2017 (-10.3% al Nord e -9% al Sud) è dovuto ai miglioramenti in termini di raccolta differenziata in queste due aree. Al contrario al Centro si è registrato un aumento del +4.3% dei rifiuti mandati in discarica: questo è molto probabilmente legato alla carenza impiantistica nelle regioni del centro Italia, che purtroppo si sta via via inasprendo negli ultimi anni. 

In totale le discariche in Italia sono 127: 56 al Nord, 46 al Sud e solo 25 al Centro. 



Come si osserva dalla tabella di Fig. 8, in diversi contesti territoriali l’obiettivo al 2035 è già stato raggiunto: è il caso di Lombardia (4%), Trentino Alto Adige (9%) e Friuli Venezia Giulia (7%). Anche Emilia Romagna (11% – 6% al netto delle importazioni da altre regioni), Veneto (14%) e Piemonte (14%) sono molto vicine all’obiettivo: in queste regioni è anche molto bassa la percentuale di rifiuti smaltiti senza essere sottoposti al necessario trattamento preliminare. 



Va segnalato tuttavia che l’indicatore della percentuale dello smaltimento in discarica a livello regionale è, in alcuni casi, poco significativo, a causa dei flussi di rifiuti provenienti da altre regioni. È il caso della Campania, che raggiunge la virtuosissima quota del 3%, ma solo grazie all’esportazione di buona parte dei suoi rifiuti verso le discariche di altre regioni, quali il Molise, che infatti smaltisce in discarica ben il 102% dei rifiuti che produce. 

Nel caso della Sicilia, invece, il dato di smaltimento in discarica del 69% è frutto della sola produzione regionale e non di importazioni: l’isola, purtroppo, si conferma la Regione con il più alto ricorso a questa forma di gestione. 



Fig. 8 Quantità di rifiuti urbani prodotti e smaltiti in discarica (migliaia di tonnellate) – anni 2016-2018 (Fonte: ISPRA)

A livello nazionale è stato anche rispettato l’obiettivo di smaltimento in discarica dei rifiuti urbani biodegradabili (RUB), che non doveva essere superiore agli 81 kg/abitante all’anno ed è stato pari a 64. Tuttavia, metà delle Regioni italiane non hanno rispettato questo limite, con valori compresi tra 100 e 200 kg/abitante. 



Altre tipologie di gestione e riepilogo 



Le rimanenti tipologie di gestione consistono essenzialmente nel trasporto transfrontaliero, ossia nella importazione ed esportazione di rifiuti per svariate finalità: si tratta di quote ridotte, attorno all’1% del totale, sebbene in aumento rispetto all’anno precedente. I rifiuti esportati sono principalmente inviati in Austria, Portogallo, Slovenia e Spagna, e circa la metà sono rifiuti combustibili (CSS). Quelli importati, principalmente da Svizzera, Francia e Germania, sono costituiti per tre quarti da imballaggi in vetro e plastica e da rifiuti di abbigliamento. 

Per concludere questo capitolo, in Fig. 9 è riportato uno schema riassuntivo delle varie possibilità di trattamento e gestione dei rifiuti urbani, dalla raccolta allo smaltimento finale (i dati sono relativi al 2014, per cui si discostano leggermente da quelli più aggiornati riportati fin qui). 



Fig. 9 Il flusso dei rifiuti urbani (dati in migliaia di tonnellate e in % sul totale dei rifiuti prodotti – anno 2014) (Fonte: elaborazione Laboratorio REF Ricerche su dati ISPRA)



3. Il panorama europeo e mondiale 



Il panorama europeo per la gestione dei rifiuti urbani è piuttosto variegato: la media vede il riciclo al 48%, il 29% di incenerimento per recupero di energia (waste to energy) e il 23% di smaltimento in discarica

Dunque, valori simili alla realtà italiana, sebbene in Italia il riciclaggio raggiunga quasi il 60%, a discapito dell’incenerimento, che si attesta intorno al 18%. 



Tuttavia, a questo dato medio concorrono realtà decisamente meno virtuose (Spagna, Portogallo, Polonia, Europa Centro-Orientale) e realtà molto più virtuose (Germania, Austria, Slovenia, Olanda, Belgio e, a loro modo, i Paesi dell’area scandinava). 

Da un lato, circa la metà degli Stati membri conferisce ancora in discarica più del 40% dei propri rifiuti urbani: è impressionante il dato delle repubbliche balcaniche, di Grecia, Cipro, Malta, Romania o Lettonia, dove sono conferite in discarica percentuali tra il 70% e il 90%. 



Dall’altro, già si è accennato al paradigma impiantistico-organizzativo dei Paesi del Nord Europa (cerchiati in rosso in Fig. 10), in cui si fa largo uso di trattamenti meccanici a freddo per massimizzare il recupero di materiale dai rifiuti urbani, pur mantenendo modalità di raccolta semplificate. 

In questi Paesi, dunque, anche non ottenendo percentuali altissime di recupero di materia (ossia di riciclaggio vero e proprio), si ha disponibilità quantitativo di rifiuti ad alto potenziale energetico: la logica conseguenza è il ricorso sistematico all’incenerimento con recupero energetico, che infatti in questi Paesi è utilizzato in percentuali estremamente elevate, talvolta superiori al 50%, come nel caso della Finlandia. 

Così facendo, questi Paesi riescono ad avere percentuali di rifiuto smaltito in discarica prossime allo zero. 



Fig. 10 Trattamento rifiuti urbani nell’UE – anno 2018 (Fonte: Eurostat)



E nel resto del mondo? Come è logico aspettarsi, la situazione è di gran lunga più preoccupante. 

Secondo il rapporto della Banca Mondiale "What a Waste 2.0”, del 2018, globalmente il 37% dei rifiuti urbani è conferito in discarica, ma il dato ancora più sconcertante è che il 33% è abbandonato all’aperto (Fig. 11 ). Con i rischi che si possono facilmente immaginare per l’ambiente e gli ecosistemi, così come per la salute delle popolazioni che vivono in queste condizioni. 



In totale, dunque, il 70% dei rifiuti urbani prodotti globalmente non viene in alcun modo recuperato. 



Tuttavia, esiste una relazione tra metodi di smaltimento dei rifiuti e reddito, con cifre impietose (Fig. 12 ): nei Paesi poveri, dove mancano infrastrutture e impianti per una ragionevole gestione dei rifiuti, l’abbandono dei rifiuti in ambiente supera il 90%. Ma la discarica rimane l’opzione di gestione dei rifiuti più utilizzata anche nei Paesi sviluppati e ricchi, dove quella che manca è la volontà politica. Ad esempio, gli Stati Uniti inviano in discarica ancora oltre il 50% dei propri rifiuti. 

Se pensiamo che, secondo le previsioni della Banca Mondiale, i rifiuti prodotti globalmente sono destinati quasi a raddoppiare entro il 2050, è evidente che una inversione di tendenza è più che mai necessaria ed urgente. 



Fig. 11 Trattamento e smaltimento dei rifiuti a livello globale – anno 2018 (Fonte: World Bank report “What a Waste 2.0”)

Fig. 12 Tipologie di smaltimento in base al reddito (Fonte: World Bank report “What a Waste 2.0”)



Bene, dovremmo ora avere una idea piuttosto completa e articolata di ciò che succede al sacchetto di immondizia che gettiamo nel cassonetto sotto casa dopo che viene raccolto dal servizio di nettezza urbana. 

Abbiamo anche molto brevemente accennato ad alcune tematiche di dibattito, quali ad esempio: l’incenerimento dei rifiuti, da molti Paesi usato largamente, quasi come panacea di tutti i mali, ma da molti visto di cattivo occhio per timore di rischi ambientali; il problema degli imballaggi in generale e della plastica in particolare, che spinge a una riflessione sul nostro modello di sviluppo e di consumo; il mercato dei rifiuti per riciclaggio di materiali, verso Paesi con leggi molto diverse dalle nostre; il fatto che i rifiuti urbani sono, in realtà, solo una parte di tutti i rifiuti prodotti in Italia e nel mondo. 



Queste ed altre interessanti tematiche saranno oggetto del terzo ed ultimo articolo di questa “trilogia” sui rifiuti: dunque restate “sintonizzati” … e appuntamento al prossimo articolo! 

Federico Medini

2 Commenti
  1. Belluomo Silvia 1 Ottobre 2020 16:01

    Come sempre molto chiaro e d esaustivo!
    Complimenti!

    Rispondi

  2. roberto 23 Novembre 2020 13:44

    un poco lungo ,ma davvero interessante
    Bravi!!

    Rispondi

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