RIFIUTI: parte 3 – Analisi e riflessioni

  1. 1. Ricapitolando...



Benvenuti al terzo ed ultimo appuntamento di questo approfondimento sul tema dei rifiuti. Nelle “puntate” precedenti abbiamo dapprima presentato la normativa vigente in Italia in materia e il relativo quadro comune europeo di riferimento, poi la classificazione dei rifiuti, e infine abbiamo visto nel dettaglio quali e quanti rifiuti produciamo realmente in Italia, in Europa e nel resto del mondo.

Siccome sono passate alcune settimane, è bene rivedere molto brevemente alcuni concetti chiave. In ambito normativo, ricordiamo i principi del "chi inquina paga"  e della "responsabilità estesa del produttore" – alla base del quadro europeo e volti ad assicurare che i costi, economici ed ambientali, legati al riciclo e allo smaltimento siano in qualche modo “coperti” da chi immette nel mercato il prodotto che poi diviene rifiuto. È bene tenere sempre presente anche la "gerarchia dei rifiuti" ossia il modello che individua una scala di priorità da perseguire nella gestione dei rifiuti stessi, e che prevede, nell’ordine, prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di energia, con lo smaltimento in discarica come ultima istanza, solo qualora nessuna delle opzioni precedenti sia praticabile.

Infine, non dimentichiamoci che in questa “trilogia” ci siamo occupati dei rifiuti urbani , ovvero i rifiuti prodotti in ambito domestico o nei luoghi pubblici, mentre quelli provenienti da attività produttive (rifiuti speciali) , non sono qui considerati e seguono percorsi paralleli, ma in genere differenti.

Partendo da quanto visto fin qui e con l’aiuto di qualche dato, in questo articolo cercheremo di presentare le problematiche nascoste dietro all’attuale modello di gestione dei rifiuti, allargando l’orizzonte al di fuori dei confini nazionali. Sarebbe impossibile in poche pagine fornire un quadro completo dei problemi e delle possibili soluzioni: cercheremo di fornire, però, un utile spunto di riflessione e di dibattito, che saremmo contenti di poter approfondire ulteriormente, insieme, con chi di voi voglia scriverci le proprie opinioni al riguardo.



2. Rifiuti speciali: quanti sono rispetto ai rifiuti urbani?



Abbiamo ripetuto già diverse volte come in questi articoli ci siamo occupati unicamente dei rifiuti urbani e non di quelli speciali (salvo la componente che, regione per regione, viene assimilata ai rifiuti urbani e trattata come tale). Sorge quindi spontaneo chiedersi: quanti sono, mediamente, i rifiuti speciali in rapporto a quelli urbani? Di che cifre stiamo parlando? 

Stando ai dati ISPRA, nel triennio 2015 – 2017 in Italia sono stati prodotti rispettivamente 132, 134 e 138 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (RS), di cui circa il 7% sono rifiuti pericolosi e quasi la metà sono provenienti da attività di costruzione e demolizione (C&D) (Fig. 1). Nel medesimo periodo, la produzione di rifiuti urbani era oscillata tra i 29.5 e i 30.1 milioni di tonnellate: questo significa che i rifiuti speciali sono (almeno in peso) circa 4.5 volte quelli urbani.

Se già i rifiuti urbani sembravano una quantità incredibilmente grande, si rimane inizialmente sconvolti da questo dato; tuttavia, è assolutamente ragionevole che le attività produttive generino molti più rifiuti che le attività quotidiane dei cittadini, soprattutto in un Paese fortemente manifatturiero come l’Italia. Si noti come i rifiuti speciali pericolosi siano circa 9-10 milioni di tonnellate all’anno: circa un terzo del totale dei rifiuti urbani. Si tratta di materiale contente sostanze tossiche, rifiuti derivati dalla produzione di combustibili, rifiuti chimici, rifiuti sanitari, ecc…

Naturalmente questi rifiuti devono seguire un iter differente, sia dai rifiuti urbani che dal resto dei rifiuti speciali, con trattamenti specifici per garantire una gestione in totale sicurezza, senza ripercussioni negative sulla salute pubblica o sull’ambiente.



Fig. 1 Produzione di rifiuti speciali in Italia nel periodo 2015 – 2017 (Fonte: ISPRA)



Senza entrare troppo nel dettaglio, è bene dire che, se l’Italia è complessivamente piuttosto in linea con gli obiettivi al 2020 fissati dalla normativa europea in termini di riciclaggio e di smaltimento in discarica dei rifiuti urbani (RU), non si può dire altrettanto per i rifiuti speciali (RS). Per i RS, il Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti fissa obiettivi di prevenzione al 2020, in termini di “variazione della produzione dei RS per unità di PIL”, rispetto all’anno 2010.

Il rapporto con il PIL in questo caso è necessario poiché i RS sono quelli provenienti dalle attività produttive, per cui è indispensabile legare il dato della produzione di rifiuti alla “produttività” del Paese. Questi obiettivi consistono in una variazione del -5% per i RS non pericolosi (RS-NP) e del -10% per i RS pericolosi (RS-P). Al contrario, i dati registrati presentano una tendenza opposta rispetto agli obiettivi fissati dal Programma di Prevenzione: un incremento di circa +10% (a fronte di un obiettivo di -5%) per i RS-NP e un incremento di circa +17% (a fronte di un obiettivo del -10%) per i RS-P.

Questo dato è un chiaro sintomo di una tendenza di fondo molto preoccupante: la mancata attenzione – talvolta forse anche la resistenza – verso misure volte a limitare la produzione dei rifiuti alla radice, a partire dalla produzione dei vari beni di consumo. Purtroppo, quest’ultimo non è l’unico indicatore in questo senso: basti pensare al mercato della plastica, e degli imballaggi in genere, o anche al crescente problema dei rifiuti elettronici (RAEE).



3. Rifiuti elettronici: un problema sempre più importante



Il fabbisogno di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (AEE) è fortemente legato allo sviluppo economico e tecnologico globale. Le AEE sono diventate indispensabili nelle società moderne e stanno migliorando il tenore di vita, ma la loro produzione e il loro utilizzo possono essere molto dispendiosi in termini di risorse. Non parliamo solo di computer o televisori, ma anche telefoni, smartphone, fotocamere, piccoli e grandi elettrodomestici, condizionatori, lampade, stampanti, chiavette USB, ecc…

Negli ultimi 15-20 anni l'aumento del reddito medio, la crescente industrializzazione e automazione, urbanizzazione e mobilità hanno portato a una crescita esponenziale delle AEE: in media, il peso totale del consumo globale di AEE (esclusi i pannelli fotovoltaici) aumenta ogni anno di 2,5 milioni di tonnellate.

Dopo il loro utilizzo, le AEE vengono smaltite, generando un flusso di rifiuti che contiene materiali pericolosi e/o pregiati: materie prime la cui estrazione e raffinazione è costosa in termini economici, energetici ed ambientali, così come sostanze tossiche per l’uomo e gli animali, o dal forte impatto climatico e ambientale (stiamo parlando di metalli rari, preziosi e pesanti, fluidi frigoriferi, semiconduttori, elementi rari, ecc…).

Questo flusso di rifiuti è denominato "e-waste”, o “rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche” (RAEE), termine utilizzato principalmente in Europa.

I problemi, da questo punto di vista, sono molteplici:



- Il consumo crescente, da parte di fasce sempre più ampie di popolazione, di apparecchiature elettroniche di ogni tipo, fortemente sostenuto da campagne di marketing pervasive.

- Il fatto che i nuovi dispositivi siano sempre più “integrati” e meno accessibili per operazioni di manutenzione, ma al contempo più delicati per via della crescente complessità interna.

- L’accorciarsi del ciclo di vita di tali prodotti, sia per tale fragilità intrinseca, sia per un puntuale piano di obsolescenza programmata da parte dei produttori. Quest’ultima è la pratica – sempre esistita – di progettare dispositivi o componenti con una vita utile limitata, per garantirsi la possibilità di vendere un altro componente dopo qualche anno. Ultimamente, tuttavia, è divenuto più facile accorciare ulteriormente la vita di un prodotto (ad esempio in tutti i dispositivi che fanno uso di batterie, di uno spazio di archiviazione, o di un software).

- La scarsità, se non addirittura totale mancanza, in buona parte del mondo, di infrastrutture per la raccolta e il riciclaggio adeguato di tali tipi di apparecchiature.

- Legislazione incompleta e non ancora estesa a tutti i Paesi (solo 78 Paesi coperti al 2019, per lo più nell’area europea).



Fig. 2 Stima dei flussi di RAEE generati nel mondo e percentuali di riciclo per macro-area geografica (Fonte: GEM 2020)



L’infografica di Fig. 2, tratta dal recentissimo Global E-waste Monitor 2020 (GEM 2020), esplicita un dato allarmante: delle 53.6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotte nel 2019, soltanto il 17.4% è raccolto e riciclato correttamente . Tale percentuale tocca il 42.5% in Europa, che è però anche il continente con la maggiore produzione pro-capite (16 kg/anno).

Questo significa che oltre 44 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici all’anno sono smaltite secondo flussi non documentati o in modo non conforme – ad esempio esportata come materiali di seconda mano o come pezzi di ricambio, o banalmente gettata nell’immondizia insieme ai rifiuti indifferenziati, con tutti i rischi per la salute e per l’ambiente che è facile immaginare.



Fig. 3 Impatto globale dei RAEE – anno 2019 (Fonte: GEM 2020)



La Fig. 3, tratta dal medesimo documento, sintetizza l’impatto globale dei RAEE. Da un lato una perdita di valore incredibile in termini materiali ed economici: circa 47 miliardi di dollari, e circa 20 milioni di tonnellate di materie prime; dall’altro l’enorme impatto ambientale: si pensi ad esempio al mercurio (fortemente tossico per l’uomo, può causare danni neurologici), che raggiunge facilmente gli ecosistemi marini e finisce per “ristagnare” nei pesci di grossa taglia, fino alle nostre tavole; oppure ai fluidi frigoriferi, potentissimi gas serra, con un impatto in atmosfera equivalente a quello di 98 milioni di tonnellate di CO2.

In sintesi ciò che si constata, come del resto vedremo anche nei paragrafi successivi, è la totale mancanza di volontà – o per lo meno l’incapacità – da parte di legislatori e produttori, di creare un sistema che già nella fase di “design” (di progettazione, per usare un termine italiano) tenga conto dell’impatto ambientale complessivo di un prodotto e che includa la possibilità di farlo diventare, a fine vita, una nuova risorsa per produrre qualcos’altro.

Questo sarebbe potenzialmente, soprattutto nel caso dei rifiuti elettronici, un enorme vantaggio per i produttori stessi, i quali, assumendosi la responsabilità del recupero e smaltimento dei prodotti a fine vita, potrebbero assicurarsi una grande quantità di materie prime preziose a basso costo.

Ma al contempo questo implicherebbe la necessità di abbandonare l’obsolescenza programmata, di assumersi effettivamente tale responsabilità, di abbandonare completamente un modello di sviluppo che fa del consumo non necessario e sconsiderato la sua unica cifra. E questo è ancora più evidente se pensiamo al problema degli imballaggi e alla “bolla” della plastica.



4. Il problema degli imballaggi e la “bolla” della plastica



Andando a fare la spesa, ciascuno di noi si sarà reso conto di quanti imballaggi superflui siamo costantemente “forzati” a comprare: le merendine, avvolte una ad una in un involucro di plastica, a loro volta contenute in una scatola di cartone; o le cialde del caffè; o le capsule per detersivo per lavastoviglie chiuse una ad una in una bustina di plastica; o ancora confezioni di biscotti o altri alimenti in materiale non riciclabile, da gettare nell’indifferenziato. Ma anche, banalmente, l’acqua minerale in bottiglia.

Parlando di plastica, quello del packaging è il settore industriale principale in cui questa viene utilizzata: oltre un terzo della plastica prodotta per usi industriali finisce in involucri di questo tipo. Parliamo di circa 150 milioni di tonnellate all’anno, per il solo packaging.

Vi sarà capitato, infatti, di vedere sui social video di persone che vogliono fare una spesa “plastic-free”, ossia comprando unicamente prodotti sfusi o con imballaggi in vetro, lattine o carta/cartone: è impressionante la scarsità di prodotti che, pur impegnandosi, riescono a mettere nel carrello.



Fig. 4 Produzione mondiale della plastica nel settore industriale, anno 2018 (Fonte: UNEP – “Single use plastics. A roadmap for sustainability”)



Questo è un palese esempio di in-sostenibilità , sotto i nostri occhi quotidianamente: quali sono le motivazioni dietro questo abuso di imballaggi, prevalentemente in plastica, che invadono i supermercati di tutto il mondo?

Innanzi tutto, una ragione pratica: la plastica è, innegabilmente, un materiale con eccezionali proprietà. Permette di aumentare la conservazione dei cibi, di realizzare atmosfere protettive contro polvere o batteri, di essere forgiata e modellata nelle forme più svariate e al contempo ha incredibili proprietà meccaniche, di elasticità e resistenza. È per questo che negli anni è diventata un elemento quasi indispensabile in ogni settore, dall’alimentare ai giocattoli, dalla moda agli accessori per le auto, ecc…

La seconda è una ragione economica: la plastica è un materiale a basso costo, soprattutto in rapporto alle proprietà che abbiamo appena elencato. La terza è una ragione di marketing, legata al modello di consumo: viviamo in una società in cui ogni cosa deve essere innanzi tutto attraente esternamente, prima ancora che valido, affidabile, salubre o nutriente.

Ogni prodotto deve “presentarsi” come migliore della concorrenza, attirare lo sguardo del consumatore: l’eccesso di packaging permette di raggiungere questo obiettivo, con colori sgargianti o una scadenza più lunga, e dunque dal punto di vista dei produttori, il costo di un po’ di carta o plastica in più è ampiamente ripagato dall’aumento delle vendite.



Se in Europa esiste il principio della responsabilità estesa del produttore, proprio per fare in modo che i produttori debbano fronteggiare anche le spese di un corretto smaltimento, nel resto del mondo non è così.

Esiste un “mercato della plastica”, esteso a livello globale, che molto spesso è difficile da monitorare. Questo nasce come strumento per permettere una raccolta e un riciclo della plastica a livello internazionale, così che i Paesi dove i rifiuti in plastica sono prodotti possano esportare questo rifiuto come materia prima secondaria ad altri Paesi dove “nuova” plastica riciclata è poi prodotta. Nella realtà, però, questo sistema spesso si riduce a un modo per i Paesi più sviluppati per sbarazzarsi dei rifiuti i plastica prodotti in eccesso: anziché pagare per il trattamento e il riciclaggio della plastica nel Paese di provenienza, spesso i produttori pagano per farla smaltire in altri Paesi, tipicamente Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati. Formalmente è tutto in regola, ma nella realtà ciò che avviene è che i Paesi che ricevono questi flussi di rifiuti di plastica non hanno le infrastrutture per poterli trattare e riciclare nel modo corretto: spesso vengono bruciati per produrre energia, oppure gettati in discarica, se non addirittura abbandonati in ambiente, in città che stanno diventando sempre più vere e proprie discariche a cielo aperto. Questa è anche una delle cause delle circa 2 milioni di tonnellate di plastica che finiscono negli oceani ogni anno.

Per dare un’idea della dimensione del fenomeno, fino a due anni fa gli Stati Uniti esportavano verso la Cina circa il 70% della plastica raccolta. Ma da quando, nel 2018, la Cina ha chiuso i battenti alla maggior parte della plastica statunitense, diverse città hanno scoperto di non avere i soldi per riciclare e hanno abbandonato la pratica, causando disagi diffusi e una crescente consapevolezza della persistenza della plastica. E il mercato della plastica al giorno d’oggi si sta orientando sempre più verso l’Africa.



L’ostruzionismo delle multinazionali



Questa situazione si trascina così già da diversi anni, senza reali cambiamenti nelle legislazioni internazionali né nei modelli di consumo proposti. La necessità di agire a livello di produzione, all’origine della catena che origina il rifiuto, dovrebbe essere ormai chiara: ma l’ostruzionismo delle grandi compagnie multinazionali di beni di consumo, responsabili di buona parte del packaging in plastica prodotto a livello globale, impedisce l’implementazione di un nuovo modello di sviluppo in cui gli imballaggi in plastica siano progettatati per poter essere facilmente riutilizzati e riciclati dopo l’uso, e in cui i costi di questo processo siano realmente a carico dei produttori.

Per fare alcuni nomi, nell’annuale Brand Audit Report redatto dal Break Free From Plastic Movement, Coca- Cola è stata identificata, per il secondo anno consecutivo, come il marchio maggiormente responsabile dell’inquinamento da plastica al mondo. Seguono Nestlé, PepsiCo, Mondelez International, Unilever e tanti altri brand di enormi proporzioni (Fig. 5).

Nel rapporto “Talking Trash” redatto dalla Changing Markets Foundation, questi dati sono confermati e viene esplicitato un procedimento di ostruzionismo sistematico verso l’implementazione di nuove misure e strategie che potrebbero aiutare a limitare la produzione di plastica nei prossimi anni. La pandemia in corso da Covid-19 e la crisi economica che ne consegue sono solo una delle leve che questi grandi gruppi utilizzano per massimizzare i propri profitti, incuranti delle conseguenze sull’ambiente e sulla salute, a livello mondiale. Un fenomeno risalente già agli anni ’70, ma oggi sempre più diffuso è quello del “greenwashing”, ossia “ambientalismo di facciata”: è la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Ad esempio pubblicizzando o sponsorizzando iniziative volontarie di gruppi di attivisti, o inserendo richiami all’utilizzo di plastica riciclata senza specificare le reali percentuali utilizzate, o ancora finanziando studi “indipendenti” che mostrino come le loro attività siano “green”. Tutto ciò per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dagli effetti negativi per l'ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti.



Fig. 5 I gruppi industriali maggiormente responsabili dell’inquinamento da plastica al mondo (Fonte: Break Free From Plastic – The Brand Audit Report, 2019)



5. Riciclaggio e incenerimento: due soluzioni parziali



Bisogna anche sottolineare, però, come il riciclaggio della plastica non sia, di per sé, economicamente e tecnicamente molto conveniente per le aziende. Il processo, infatti, è piuttosto complicato: al contrario di vetro e alluminio, che possono essere riciclati praticamente all’infinito, le proprietà della plastica possono essere significativamente peggiori dopo essere stata riciclata anche solo una volta. La plastica, infatti, è un polimero e in quanto tale perde forza, stabilità e modellabilità quando i legami molecolari vengono rotti durante i processi di riciclaggio. Inoltre, tutte le materie plastiche contengono additivi chimici che ne influenzano il colore, la modellabilità e altri attributi. E queste sostanze chimiche complicano ulteriormente il processo di riciclaggio.

Il processo di riciclaggio della plastica comporta la pulizia, la cernita e la macinazione, per poi trasformare la plastica macinata in “fiocchi” e, infine, usare questi fiocchi nel processo di creazione di nuovi prodotti: è un processo piuttosto elaborato e, naturalmente, costoso. La conseguenza è che, in tutto il mondo, la plastica riciclata non è economicamente competitiva rispetto alla plastica "vergine", o di nuova produzione: quest’ultima è a buon mercato sia per il basso costo dei combustibili fossili (che spesso godono di sovvenzioni statali) utilizzati per produrla, sia perché il suo prezzo non riflette i costi di pulizia.

Inoltre è importante sottolineare come, nella stragrande maggioranza delle applicazioni, la dicitura “prodotto con plastica riciclata” (e lo stesso vale per la carta, ad esempio) non significa che quel prodotto è completamente costituito di plastica riciclata. In genere, infatti, questi fiocchi di plastica riciclata vengono uniti alla materia prima vergine in una determinata percentuale, in genere minoritaria, che varia a seconda della tipologia di prodotto e della sua destinazione (in base alle caratteristiche che tale prodotto dovrà avere, sia da un punto di vista pratico che normativo). Dunque, riciclare è giusto e doveroso, ma al contempo non può essere una soluzione a questo problema.

Un’altra tendenza evidenziata nella puntata precedente, è che i Paesi del Nord-Europa fanno largo uso dell’incenerimento con recupero di energia: il dibattito al riguardo è sempre stato piuttosto acceso. Da una parte c’è chi sostiene che bruciare plastica e altri prodotti derivati dal petrolio abbia un impatto ambientale negativo, in termini di emissioni di sostanze tossiche e gas serra, superiore rispetto ai benefici che se ne derivino. Tuttavia, le tecnologie di abbattimento degli inquinanti sono installate nei moderni impianti di incenerimento – almeno in Europa – sono molto efficienti e garantiscono bassissimi livelli di emissioni inquinanti.



Non si può dare un giudizio categorico che valga per tutti gli impianti di questo tipo: l’impatto ambientale – per quanto inevitabilmente presente – dipende dal tipo di tecnologia, dall’età dell’impianto, dal tipo di materiale che viene bruciato e dal tipo di pretrattamenti messi in atto. Una componente di emissioni (principalmente di CO2 ed ossidi di azoto) è inevitabile, come del resto in tutte le alternative che implicano produzione di energia a partire da materiali di origine fossile. Un rischio che spesso non viene considerato, invece, risiede nel fare troppo affidamento su questo tipo di smaltimento dei rifiuti. Gli impianti di moderna costruzione – come l’inceneritore di Amager Bakker, situato a Copenaghen e famoso per la pista da sci artificiale realizzata sul suo tetto inclinato – comprendono generalmente un impianto di separazione e pretrattamento e sono di grossa taglia, per massimizzarne l’efficienza. Il rovescio della medaglia è che, per assicurare una sostenibilità economica, è necessario garantire l’afflusso costante di un quantitativo minimo di rifiuto da bruciare. Qualora si presenti un calo della produzione di rifiuti, che in genere sarebbe considerata cosa positiva, queste realtà si trovano costrette ad importare rifiuti da altre città o Paesi, con il rischio di una perdita in termini economici.

Non è un caso che nei summenzionati Paesi del Nord-Europa, come ad esempio l’Olanda o la Danimarca, dove circa il 50% dei rifiuti urbani prodotti vengono destinati alla combustione con recupero di energia, l’utilizzo di plastica monouso in prodotti quotidiani è ulteriormente più diffuso rispetto all’Italia, soprattutto nell’ambito alimentare (ortaggi come melanzane, cetrioli o peperoni avvolti uno ad uno in involucri di plastica sono la norma nei supermercati). Se ricorrere alla soluzione del “waste-to-energy” implica di rimando una maggiore tendenza all’utilizzo di plastiche e imballaggi in genere, anziché limitarlo, allora chiaramente non può essere considerata una soluzione efficace e duratura.



6. Sostenibilità vs Circolarità



Lo scenario delineato fin qui è abbastanza demoralizzante, per non dire deprimente: cercando di ampliare la propria visuale, ci si rende conto di quanto l’Unione Europea – pur con le sue mancanze e i suoi limiti interni – sia una realtà di eccellenza, rispetto al resto del mondo, nella gestione dei rifiuti e nello sforzo ambientale in genere. E l’Europa stessa non è esente da dinamiche che riguardano tutti, come ad esempio quella dell’abuso di packaging in prodotti commerciali (e non) di ogni tipo.

Spesso pensiamo ad alcune pratiche – ad esempio il riciclaggio o l’incenerimento controllato con recupero di energia – come possibili soluzioni ai problemi attuali del sistema, se solo applicate su larghissima scala e con percentuali davvero rilevanti. Ma ci si rende conto che non è realmente così, che la risposta DEVE essere un’altra. Parafrasando un intervento di Massimiliano Tellini – Direttore Globale per la Circular Economy di Intesa Sanpaolo – alla conferenza “In the Loop – A Talk on Circular Economy” , tenuta al Politecnico di Milano il 17 ottobre scorso, puntare a quello che oggi consideriamo come “sostenibile” non è già più sufficiente.

Teoricamente, "lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri" (WCED, Rapporto Brundtland, 1987). Questo dovrebbe passare attraverso la contemporanea soddisfazioni di criteri economici, sociali ed ambientali.

Il problema, nella realtà, è che il metro di confronto è sempre ciò che c’era prima: le tecnologie che conosciamo a fondo, i modelli di consumo, le dinamiche sociali e ambientali a cui siamo abituati.

Fondamentalmente, potremmo dire, in generale si considera come “sviluppo” quello che è un passo avanti rispetto al passato e al presente. E quindi un’auto elettrica è un elemento di sviluppo sostenibile rispetto a un’auto diesel, la produzione di energia da fonti rinnovabili è un elemento di sviluppo sostenibile rispetto alla combustione del carbone, e così via.

Ma la definizione di sviluppo sostenibile non dice questo. La Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo (WECD), già oltre 30 anni fa, in questa definizione parlava di bisogni e di futuro.

Sempre Tellini, nel suo intervento, citava un dato piuttosto esplicativo: le auto, in media, sono ferme per il 92% del tempo. E questo è comprensibile, perché l’auto privata viene usata prevalentemente per andare al lavoro, quindi non più di paio d’ore al giorno. Ma se pensiamo che solo in Italia sono immatricolate circa 40 milioni di auto private, è uno spreco inimmaginabile di materia, di risorse e di spazio: siamo sicuri che questo paradigma di “mobilità” sia davvero sostenibile?

Ecco allora che, guardando al tema dei rifiuti in quest’ottica, ci si rende conto che il rifiuto non è altro che un “problema di design”, ossia di progettazione: tutto deve essere ri-disegnato, in modo da evitare in partenza di avere poi qualcosa che si tramuta in rifiuto. È necessario cambiare radicalmente il modello di sviluppo che abbiamo ora.



Per superare questo limite è nato il concetto di “economia circolare”: un modello di sviluppo in cui tutto ciò che viene prodotto è prodotto prevalentemente con qualcosa che è già stato prodotto, distribuito, consumato e raccolto, con un contributo davvero minimo di nuove risorse e una produzione davvero minima di residui che non possano essere riutilizzati in questo “cerchio”.

Per realizzare tutto ciò dobbiamo dimenticarci di quello a cui per oltre due secoli siamo stati abituati. 

«Considerate questo: tutte le formiche del pianeta, prese nel loro insieme, hanno una biomassa superiore a quella umana. Le formiche sono state incredibilmente laboriose per milioni di anni. Eppure, la loro produttività nutre le piante, gli animali e il suolo. L'industria umana è in piena attività da poco più di un secolo, eppure ha portato al declino di quasi tutti gli ecosistemi del pianeta. La natura non ha problemi di progettazione. Gli uomini ce l'hanno.» (“Cradle to Cradle: Remaking the Way We Make Things”, William McDonough & Michael  Braungart, 2002).

Da un lato, dunque, occorre ispirarsi alla natura, per garantirci un futuro su questa Terra. Dall’altro è fondamentale che sempre più enti finanziari, governi e istituti di credito comprendano l’importanza di finanziare progetti di questo tipo, per poterli rendere sempre più “sostenibili” anche economicamente: sviluppare nuove soluzioni tecnologiche costa, ma fintanto che non lo si fa, le tecnologie “mature” saranno sempre più economiche delle nuove alternative.



La responsabilità individuale



E noi? Cosa possiamo fare in mezzo a questi conflitti di interessi di proporzioni globali? Possiamo ricordarci che, alla fine, siamo noi che abbiamo il potere di influenzare qualunque interesse commerciale, per quanto lontano, per quanto grande.

Se smetteremo di comprare prodotti con abuso di packaging, prodotti non riciclabili, prodotti non tracciabili, se limiteremo i nostri consumi, sia alimentari, che energetici, che materiali, se faremo lo sforzo di riutilizzare le cose “vecchie” anziché buttarle e di differenziare i nostri rifiuti, se berremo l’acqua del rubinetto anziché l’acqua in bottiglia, se smetteremo di comprare cose di cui non abbiamo alcun bisogno, se coinvolgeremo sempre più persone a fare altrettanto, allora la nostra spinta diventerà tangibile.

È troppo comoda pensare che non dipenda da noi, che non si possano cambiare le cose. E, soprattutto, non è vero.

Federico Medini

0 Commenti

Non c'è ancora alcun commento a questo articolo.

Lascia un commento