Biden alla sfida del clima

Sembra ormai acclarato, a meno di colpi di scena giudiziari dell’ultimo minuto, che il democratico Joe Biden sarà il 46° Presidente degli Stati Uniti.



Mentre Trump mette in atto le ultime azioni di ostruzionismo alla transizione presidenziale, il neo-eletto Biden e la sua vice, Kamala Harris, stanno lavorando all’agenda della nuova compagine governativa e hanno lanciato una piattaforma web (buildbackbetter.com) dedicata all’insediamento della nuova presidenza in cui sono delineate le prime priorità del nuovo governo a stelle e strisce.

Assieme all’emergenza Covid-19, alla ripresa economica e alla lotta alle ingiustizie razziali, la quarta grande priorità annunciata dalla coppia Biden-Harris è la lotta al cambiamento climatico. Tra l’altro al dossier climatico è stato nominato John Kerry quale inviato speciale per il clima della Casa Bianca, una nomina di livello, essendo Kerry un ex candidato alla presidenza e segretario di stato sotto Obama quando ha ricoperto un ruolo chiave nei negoziati dell’Accordo di Parigi. 

Quale agenda ambientale possiamo quindi aspettarci dalla nuova presidenza? Assisteremo ad un deciso cambio di passo nella lotta ai cambiamenti climatici rispetto all’amministrazione Trump? Proviamo a dare qualche risposta nel seguente articolo.



L’eredità di Trump (e Obama)



Iniziamo dal punto di partenza: l’eredità che Biden raccoglie in termini di azione climatica da parte dei suoi predecessori. Su questo punto la narrazione più diffusa dipinge una netta contrapposizione tra Obama e Trump, con il democratico passato alla storia per essere il fautore degli accordi di Parigi del 2015 e il tycoon repubblicano per essere colui che ne ha sancito l’uscita degli USA, oltre ad essere un aperto negazionista dei cambiamenti climatici definiti più volte un complotto dei cinesi per danneggiare l’economia americana.

Un’economia tra le più carbon-intensive al mondo quella americana: basti pensare che le emissioni pro-capite di CO2 di un cittadino USA sono circa 16 tonnellate all’anno, contro 7 tonnellate di un cittadino europeo o cinese e meno di 2 per ogni cittadino indiano. L’uso spropositato di energia tipico dello stile di vita statunitense fa sì che gli USA siano responsabili del 15% delle emissioni mondiali, configurandosi come i secondi maggiori emettitori mondiali superati solo dal gigante cinese.

Durante i due mandati Obama, effettivamente le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono diminuite del 10% circa. Mentre nei primi tre anni di Presidenza Trump, dal 2017 al 2019, le emissioni sono leggermente salite. 



Figura 1: andamento delle emissioni di gas climalteranti negli USA. Fonte: rielaborazione F2C su dati RCS

Andando però a vedere i singoli settori, possiamo vedere che il grosso del calo di emissioni nell’era Obama è stato conseguito grazie al settore elettrico (“power” nel grafico sotto). In particolare, vedendo il mix di generazione elettrica, grazie ad un forte declino nell’uso del carbone a partire dal 2008-2009 sostituito dalle rinnovabili ma soprattutto dal gas naturale. Nello scorso decennio, infatti, gli USA sono stati teatro di una vera e propria corsa allo “shale-gas”, ovvero il gas intrappolato nelle rocce di scisto ed estratto con tecniche altamente invasive (cosiddetto “fracking”) che prevedono l’iniezione di liquidi ad altissima pressione nel sottosuolo per frantumare le rocce ed estrarre il gas naturale.

Questa pratica è molto criticata dagli ambientalisti (in Europa è stata bandita da diversi paesi come Francia, Germania, Bulgaria, Repubblica Ceca e altri) per il consumo di acqua e i rischi elevati di inquinamento della falda acquifera, nonché le emissioni di metano in atmosfera. Tuttavia, è stata promossa dall’amministrazione Obama come chiave per l’indipendenza energetica USA rendendo infatti gli Stati Uniti primo produttore mondiale di gas. Negli altri settori (trasporti, industria, edifici e altro) i progressi sono stati pochi o nulli come si evince dal grafico sottostante.



Figura 2: Emissioni di gas serra USA per settore e fonti di generazione elettrica. Fonte: rielaborazione F2C su dati RCS

I trend dell’era Obama non sono stati stravolti durante i primi tre anni di Trump: nonostante le promesse di rivitalizzare il settore del carbone, l’uso di questo combustibile è ulteriormente crollato mentre la produzione di elettricità rinnovabile e mediante gas naturale è stabilmente cresciuta facendo proseguire il trend di discesa delle emissioni del settore elettrico. Al di fuori del settore power non c’è stato nessun significativo progresso, sia con Trump sia con Obama, anzi una leggera crescita per lo più, con un andamento altalenante di anno in anno a seconda delle condizioni economiche e climatiche (ad esempio l’aumento netto delle emissioni nel 2018 è stato dovuto alla crescita economica sostenuta e ad un anno più freddo dei precedenti). 



Stando al Report del Rhodium Group, Preliminary US Emissions Estimates for 2019, “i miglioramenti nell'efficienza dei veicoli, dell'illuminazione e degli elettrodomestici sono riusciti a rallentare il ritmo di crescita delle emissioni nei trasporti e negli edifici (e forse anche ad arrestarlo nei trasporti), ma sarà necessario molto di più dell'efficienza per ottenere un significativo calo assoluto. I settori dell'industria, dell'agricoltura e dei rifiuti rimangono in gran parte non coinvolti, sia per quanto riguarda le politiche che l'innovazione tecnologica”. 

Un settore in cui si potrebbe fare molto di più a tecnologie esistenti è quello del contenimento delle emissioni del settore estrattivo (petrolio e gas metano) e qui Trump ha ridotto i vincoli regolatori a favore delle compagnie fossili.



Negli USA il ritmo di riduzione delle emissioni è stato troppo lento nell’ultimo decennio per rispettare i target di Parigi e la riduzione è ad oggi pressoché circoscritta al settore elettrico. Con le politiche di Trump di deregulation e allentamento delle politiche ambientali la riduzione delle emissioni complessive si è ulteriormente rallentata ma soprattutto in quei settori (edifici, industria e trasporti) dove anche sotto Obama non erano stati conseguiti progressi significativi. Nel settore elettrico invece l’abbandono del carbone non si è affatto fermato nonostante i proclami di Trump di rivitalizzare questo comparto industriale, segno di una rivoluzione tecnologica in atto a livello globale e ormai quasi inarrestabile.

Va detto che l’impatto sulle emissioni effettive delle policy adottate prevede un certo ritardo temporale e quindi i risultati (negativi) delle politiche di Trump potrebbero ancora non essersi del tutto palesati. Inoltre, alcuni dei trend (positivi) proseguiti sotto Trump (crescita delle rinnovabili e abbandono del carbone nel settore elettrico) sono stati ereditati proprio dall’era Obama. Vi è anche certamente un peso delle politiche a livello di singoli stati e municipalità che sono spesso state, nell’ultimo mandato, di segno opposto a quelle federali (si pensi all’esempio virtuoso delle politiche climatiche approvate dalla California).

Tuttavia, se ideologicamente e nei programmi la distanza sui temi ambientali e climatici tra Repubblicani e Democratici appare incolmabile, giudicando i risultati concreti ottenuti si fa meno ampia.



Il programma ambientale di Biden



Joe Biden, ex vicepresidente di Obama nei suoi otto anni di mandato e politico di lungo corso, è un democratico moderato e incline al compromesso. Ha dimostrato però un forte impegno sul tema dei cambiamenti climatici nella sua lunga carriera al Congresso.

Il suo programma in campo ambientale è meno ambizioso di quello dell’ala più a sinistra del Partito Democratico, rappresentato dal Green Deal proposto dalla senatrice Alexandra Ocasio-Cortez (di cui vi abbiamo parlato qui), ma è comunque, almeno sulla carta, il più ambizioso piano ambientale mai promosso da un candidato alla Casa Bianca.

Innanzitutto, il programma della presidenza Biden prevede di rientrare negli accordi di Parigi per rinforzare la governance multilaterale nell’azione climatica e riproporre una leadership americana in questo campo. Poi punta a stabilire due obiettivi programmatici: raggiungere zero emissioni nel settore elettrico al 2035 e “net zero emissions” complessive al 2050 (ovvero al 2050 gli USA dovranno avere emissioni nulle o compensare le emissioni residue in tutti i settori economici tramite cattura della CO2 o riforestazione).

Per raggiungere questi target Biden punta ad un piano di investimenti pubblici da 2 trilioni di dollari nei prossimi quattro anni, per creare nuove infrastrutture verdi per l’America (ferrovie, sistemi di trasporto locale, colonnine per i veicoli elettrici), efficientare 4 milioni di edifici e costruire 1,5 milioni di residenze sociali, supportare l’industria automotive USA nella riconversione verso la mobilità elettrica e finanziare la ricerca nelle tecnologie innovative per la decarbonizzazione (storage elettrochimico, idrogeno, nucleare avanzato e cattura della CO2). Quasi sicuramente verranno ripristinate quelle misure eliminate da Trump, come ad esempio gli standard di efficienza per i veicoli e il Clean Power Plan, ovvero la legge che imponeva limiti severi alle emissioni delle centrali a carbone, introdotti da Obama.

Tutte queste azioni mirano anche a creare molti posti di lavoro con tutele sindacali, contribuendo alla ripresa economica nello spirito del Green Deal, anche se questo termine non viene esplicitamente citato.

Passando agli aspetti meno positivi, non ci sarà presumibilmente una stretta sul “fracking”, in linea del resto con le politiche di Obama che ha sempre proposto una strategia energetica diversificata, definita “all-of-the-above strategy”, con l’obiettivo primario di rendere gli USA energeticamente indipendenti e contenere i prezzi dell’energia, sfruttando sia le risorse rinnovabili ma anche nuovi progetti di sfruttamento di giacimenti fossili di gas e petrolio sul suolo statunitense. 

Nessun cenno nel programma di Biden nemmeno a politiche di carbon pricing (ovvero di tassazione della CO2), elemento invece centrale nella strategia europea di lotta ai cambiamenti climatici e la cui urgenza è sostenuta ormai anche da importanti think-tank conservatori oltre che da alcune compagnie petrolifere.



L’ostacolo dei Repubblicani



Dal punto di vista dei programmi e delle intenzioni, non c’è dubbio che complessivamente la vittoria democratica e l’avvento alla Casa Bianca di Biden possano portare ad una svolta positiva nell’azione climatica da parte degli USA. Molti commentatori evidenziano però il rischio di una maggioranza repubblicana al Senato che potrebbe ostacolare non poco i piani della nuova presidenza, limitandone l’azione effettiva.

In esito alle elezioni, infatti, i democratici hanno il controllo della Camera ma non del Senato e in questo senso saranno decisivi i ballottaggi in Georgia. Una vittoria repubblicana potrebbe significare un Senato molto meno disponibile a votare forti interventi di spesa pubblica a favore del clima quali quelli prospettati da Biden. Sebbene i Repubblicani, o almeno una loro parte, abbiano ammorbidito le loro posizioni negazioniste sui temi ambientali negli ultimi due anni, approvando alcune iniziative bipartisan come la legge per il taglio dell’uso dei gas HFC o il Wildlife Conservation Act, rimangono tuttora ostili a forti interventi sul clima, soprattutto se richiedono un’espansione della spesa pubblica.



Figura 3: esito delle elezioni per il Senato USA. Fonte: The New York Times

È probabile quindi che sia necessario ricorrere al compromesso per far approvare le leggi a favore del clima, un’arte che molti attribuiscono a Biden. Se la via del compromesso fallisse, la nuova presidenza potrebbe provare ad aggirare il Senato emettendo ordini esecutivi come fatto da Trump e dallo stesso Obama, ad esempio per far approvare il Clean Power Plan. Tuttavia, in questo caso potrebbe intervenire la Corte Suprema, come avvenuto in passato proprio con il Clean Power Plan, bloccando i decreti del Presidente. La Corte Suprema, in esito anche alle ultime controverse nomine di Trump, presenta una maggioranza conservatrice rendendo insidiosa anche questa strada per Biden.

Insomma, la vittoria di Biden, che ormai possiamo dare per certa, è sicuramente una buona notizia per il clima, ma le difficoltà per rendere gli USA concretamente protagonisti in positivo in questo campo sono ancora molte. 

In una società globale alle prese con problemi globali, le decisioni e le azioni che avranno luogo nello studio ovale e nel Senato americano a Washington sono intrecciate al destino di ognuno di noi. Lo sono state spesso nell’ultimo secolo e lo sono ancora di più oggi di fronte ad una sfida esistenziale per l’umanità, quale il cambiamento climatico. Quindi in bocca al lupo a Joe Biden e alla sua vice Kamala Harris, nella speranza che siano all’altezza del ruolo che la storia ha assegnato loro.

Francesco Sala

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